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mag 19

Un programma locale rivoluzionario che risponde all’unico problema: “dove prendere i soldi?”

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Vi sottopongo in integrale il nostro programma elettorale per Genova, programma che sarebbe da applicare ovunque per iniziare la lotta a questa oscena dittatura finanziaria…. ogni problema locale dipende dal “non ci sono i soldi”. L’unica battaglia possibile è quella per ottenerli.

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PROGRAMMA COMUNALE

Premettendo che all’interno della gabbia dei vincoli di bilancio europei nessun amministratore locale può fare qualcosa per il proprio Comune e quindi ogni promessa in tal senso è semplicemente falsa, il programma comunale è necessariamente il seguente:

1. Piena attuazione dei principi fondamentali della Costituzione. In conformità alla sentenza della Corte Costituzionale n. 275/16 l’erogazione dei diritti incomprimibili non può essere limitata da qualsivoglia esigenza di bilancio, il patto di stabilità interno verrà dunque rifiutato con forza e sarà violato opponendo ogni sanzione davanti alle autorità giudiziarie preposte;

2. Messa in sicurezza della città, a tutti i livelli, a prescindere da ogni disponibilità di cassa, la tutela dei diritti incomprimibili obbliga lo Stato a trasferire al Comune le risorse necessarie. Lo Stato peraltro, riscattando la sovranità monetaria, non avrebbe alcun problema di cassa, basterebbe infatti poter disporre nuovamente di una Banca Centrale che tornasse ad essere la necessaria prestatrice illimitata di ultima istanza per creare la precondizione necessaria ed indispensabile per mettere fine alla crisi. Se lo Stato non deciderà in tale senso, sarà una sua scelta politica, fonte di responsabilità, sia sotto il profilo politico che penale;

3. Rigetto dell’insensata politica dell’accensione di prestiti da parte dell’amministrazione comunale; i soldi per il normale funzionamento dei servizi e per l’erogazione dei diritti incomprimibili devono arrivare dallo Stato, non devono certamente essere chiesti in prestito, con un danno enorme in termini di interessi da corrispondere. Il Comune non è un’azienda, ma un’amministrazione pubblica che può (deve) dunque operare in deficit di bilancio. Solo in caso in cui la battaglia giuridica contro il patto di stabilità fosse inizialmente persa si procederà a rinegoziare i finanziamenti contratti dal Comune, analizzando anche la sussistenza di eventuali illeciti bancari quali ad esempio la corresponsione di interessi anatocistici da parte dell’amministrazione;

4. Mantenimento dell’abolizione delle imposte indirette sulle prime case dei cittadini (salvo quelle di lusso) in quanto palesemente incostituzionali;

5. Introduzione di una moneta complementare;

6. Moratoria sugli sfratti su tutto il territorio del Comune nei confronti dei cittadini che non dispongono di un reddito sufficiente a trovare un’altra abitazione. Ai privati danneggiati da questo provvedimento sarà corrisposta un’equa indennità dal Comune per l’occupazione del proprio immobile ed otterranno la completa esenzione da ogni tributo in riferimento ai beni occupati. Assistenza totale sarà data anche ai soggetti colpiti da pignoramento che versino nelle condizioni di tutela obbligatoria prevista all’art. 38 Cost.;

7. Assistenza a tutti coloro che sono privi di vitto ed alloggio in conformità al disposto dell’art. 38 Cost.;

8. Stop ad ogni privatizzazione ed a qualsiasi vendita dei beni comunali, recupero di quanto già alienato, o anche di ciò che è stato semplicemente dato in gestione ai privati, si vedano ad esempio i posteggi. Azioni di responsabilità verso chi ha compiuto le privatizzazioni del passato per conseguente danno erariale;

9. Ritorno al numero chiuso per le le licenze relative alle attività commerciali da fissarsi per ogni settore merceologico sulla base della domanda di quel particolare bene o servizio;

10. Riassetto del sistema tributario comunale per improntarlo a criteri di progressività, aumento della tassazione sulla grande distribuzione al fine di allontanarla finalmente da Genova. Impediamo alle multinazionali di proseguire il saccheggio della città.

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Per una Genova libera dai vincoli europei ed al fianco dei più deboli.

Punto 1Piena attuazione dei principi fondamentali della Costituzione. In conformità alla sentenza della Corte Costituzionale n. 275/16 l’erogazione dei diritti incomprimibili non può essere limitata da qualsivoglia esigenza di bilancio, il patto di stabilità interno viene dunque rifiutato con forza e sarà violato opponendo ogni sanzione davanti alle autorità giudiziarie preposte.

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 275/2016, è intervenuta in una fattispecie di estremo interesse che riguardava in particolare una legge della Regione Abruzzo che limitava il pagamento a carico dell’amministrazione del servizio scuolabus in favore di disabili alle effettive disponibilità di bilancio, in forza del consueto dogma del “non ci sono i soldi”.

Tuttavia, lo ripeteremo con forza anche a Genova, il “non avere i soldi” è una mera scelta politica ed è una scelta politica illecita, sia sotto il profilo civile che penale.Il Comune di Genova, con Riscossa Italia al timone, agirà in giudizio contro lo Stato per far valere i propri diritti e soprattutto quelli dei propri cittadini da troppo tempo vessati dal regime violento della finanza internazionale. Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, ha più volte specificato che la stessa idea che gli Stati possano fallire è un concetto privo di senso, frutto della mera ignoranza diffusa circa la differenza tra diritto pubblico e diritto privato. Lo Stato ha, per definizione il potere d’imperio, ovvero il diritto di ultima parola su ogni questione che lo riguarda, moneta compresa. Ogni tentativo di sottrarre tale prerogativa costituisce un illecito costituzionale ed un delitto punito ai sensi degli artt. 241 e 243 c.p.

Se lo Stato avesse conservato la sua sovranità monetaria, il denaro sarebbe per definizione illimitato perché potrebbe crearlo, come normale ed ovvio, letteralmente dal nulla, come ha più volte affermato proprio il citato Gustavo Zagrebelsky.Non ci sono poi pericoli che l’erogazione dei servizi fondamentali in deficit possa creare inflazione visto che oggi siamo nella situazione opposta. Siamo in deflazione o comunque in una fase di bassissima inflazione. Tale dato macroeconomico dimostra inequivocabilmente che nell’economia reale c’è meno moneta di quanta ne servirebbe per scambiare beni o servizi e dunque chiedere sacrifici ai cittadini è economicamente controproducente e profondamente illecito, abbiamo bisogno di politiche fortemente espansive.

L’azione giudiziale che Riscossa intenterà contro lo Stato per avere il denaro che manca dunque avrà una fortissima base giuridica e costituirà il punto principale del programma locale. Si partirà con un ricorso d’urgenza ex 700 c.p.c. in cui si chiederanno i trasferimenti di ricchezza necessari ad erogare i diritti fondamentali della persona, ovvero quelli previsti nei primi dodici articoli della Costituzione e poi specificati nella parte I della Carta.

Pare doveroso precisare ai cittadini di Genova che la Corte Costituzionale, nella sopracitata sentenza, si è avvicinata molto alle posizioni espresse dal nostro partito dichiarando appunto l’incostituzionalità della norma che subordinava un diritto incomprimibile alle regole di bilancio, sancendo espressamente che, al contrario, è il bilancio a doversi adeguare all’erogazione dei diritti inalienabili. Benché la pronuncia non arrivi fino al punto di mettere al bando il ben noto patto di stabilità interno imposto dall’UE (d’altronde non era questo l’oggetto della causa), che impedisce l’erogazione, anche in deficit, dei servizi fondamentali, risulta chiaro che questo precedente che ci darà la legittimazione necessaria a portare avanti il nostro programma e seguire la “linea dura” della difesa delle garanzie costituzionali.

Prima si dovranno erogare senza limiti di spesa i servizi fondamentali, poi ci si potrà occupare del bilancio, e se non si arriverà al pareggio pazienza, fermo restando che non chiederemo un euro in più di tasse ai normali cittadini, in nessun caso. I grandi poteri economici debbono invece cominciare a preoccuparsi, per loro le tasse ci saranno come infra specificato.

Se è il bilancio a doversi adeguare all’erogazione di tali servizi è chiaro che il pareggio di bilancio nell’anno in corso viene giuridicamente meno ed il tema di dove recuperare le risorse slitterà inevitabilmente, in attesa che a Roma qualcuno capisca, o sia costretto a capire da provvedimenti giudiziari, che è indispensabile riscattare la nostra sovranità e che non è possibile chiedere ad un Sindaco di tassare di più quando già avviene. L’attuale livello di imposizione fiscale supera abbondantemente i limiti dell’art. 53 Cost. e provoca l’effetto inverso di causare un calo nel gettito ad ogni incremento della pressione fiscale, che la Corte dei Conti provi a dimostrare il contrario. Chi aumenta ancora le tasse oggi crea un danno erariale diretto ed immediato, peggiorando le variabili macroeconomiche nazionali. Qualcuno dovrebbe rivedersi la curva di Laffer, la pressione fiscale, portata oltre ad un certo limite, provoca come conseguenza matematica il calo del gettito e non già un aumento dello stesso.

Per non parlare poi dei tanti che si sono tolti la vita per ragioni economiche. Un Sindaco di Riscossa Italia non sarà mai complice di tali crimini, piuttosto il commissariamento.

In ogni caso se dovessimo subire il commissariamento per aver garantito i più deboli, esso sarà tempestivamente impugnato davanti agli organi competenti. Se a Roma vogliono imporci la dittatura di Bruxelles, che abbiano la decenza di farlo con un loro uomo e non con un Sindaco eletto.

I diritti di cui alla parte I della Costituzione saranno erogati assumendo impegni di spesa senza curarsi in alcun modo del patto di stabilità interno. Per il rispetto dei diritti fondamentalispenderemo quindi senza rispettare quei limiti precostituiti che trasformano la nostra società in quella che Keynes chiamerebbe la parodia dell’incubo di un contabile. Spenderemo secondo le reali necessità, per tutelare disoccupati, invalidi ed anziani, per garantire a tutti i livelli la messa sicurezza nella città, anche dal dissesto idro-geologico, per garantire l’ordine pubblico, per erogare servizi fondamentali irrinunciabili, come ad esempio il trasporto pubblico o la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti urbani (entrambi servizi da erogare anche in deficit e sui quali non si deve cercare il profitto) ed infine per fare la necessaria manutenzione ordinaria e straordinaria della città.

Libereremo Genova dai vincoli europei e daremo dignità ai più deboli.

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PUNTO 2Messa in sicurezza della città, a tutti i livelli, a prescindere da ogni disponibilità di cassa, la tutela dei diritti incomprimibili obbliga lo Stato a trasferire al Comune le risorse necessarie. Lo Stato peraltro riscattando la sovranità monetaria non avrebbe alcun problema di cassa, basterebbe poter disporre nuovamente di una Banca Centrale, che tornasse ad essere la necessaria prestatrice illimitata di ultima istanza per creare la precondizioni necessaria ed indispensabile per mettere fine alla crisi. Se lo Stato non deciderà in tale senso, sarà una sua scelta politica, fonte di responsabilità, sia sotto il profilo penale che civile.

Vogliamo un Sindaco per Genova oppure un commissario liquidatore? Questa è la domanda che i cittadini debbono porsi. Il compito di un Sindaco, dentro le regole incostituzionali oggi imposte, è solo quello di decidere dove tagliare per 5 anni.

Tale scelta imporrà alla città ulteriore sofferenza. Chi governerà Genova senza discutere queste norme sarà come detto complice della morte dei cittadini, che a causa della crisi, si toglieranno la vita nei prossimi anni. Circostanza drammaticamente certo e non ipotetica dentro la prigione europea.

La causa per richiedere i trasferimenti di ricchezza al fine di garantire diritti costituzionali fondamentali e porre Genova davvero al fianco dei più deboli, vedrà il governo difendersi secondo il solito insensato assunto del “non ci sono i soldi”.

Questo è esattamente ciò di cui vogliamo discutere, visto che la moneta si crea dal nulla, non esistendo più limiti correlati alle riserve auree, non averne abbastanza è solo una scelta politica, scelta politica codificata nei trattati europei.

Ma tale scelta è incostituzionale, vediamo perché nel dettaglio.

In primo luogo occorre fugare la classica obiezione, ovvero le norme dei trattati europei sono sovraordinate a quelle nazionali e dunque il patto di stabilità interno imposto ai comuni, parte del patto di stabilità e crescita europeo (PSC) non può essere contestato. Così non è ovviamente, e proprio per espressa decisione della Corte Costituzionale.

Occorre infatti conoscere il concetto di controlimiti, all’ingresso del diritto internazionale nel nostro ordinamento, per farlo è sufficiente trascrivere le motivazioni della sentenza n. 238/14 della Corte Cost.: “Non v’è dubbio, infatti, ed è stato confermato a più riprese da questa Corte, che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscano un «limite all’ingresso[…] delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, primo comma della Costituzione”(sentenze n. 48 del 1979 e n. 73 del 2001) ed operino quali “controlimiti” all’ingresso delle norme dell’Unione europea (ex plurimis: sentenze n. 183 del 1973, n.170 del 1984, n. 232 del 1989, n. 168 del 1991, n. 284 del 2007), oltre che come limiti all’ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato (sentenze n. 18 del 1982, n. 32, n. 31 e n. 30 del 1971). Essi rappresentano, in altri termini, gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale (artt. 138 e 139 Cost.: così nella sentenza n. 1146 del 1988).

Ed ancora: “Anche in una prospettiva di realizzazione dell’obiettivo del mantenimento di buoni rapporti internazionali, ispirati ai principi di pace e giustizia, in vista dei quali l’Italia consente a limitazioni di sovranità (art. 11 Cost.), il limite che segna l’apertura dell’ordinamento italiano all’ordinamento internazionale e sovranazionale (artt. 10 ed 11 Cost.) è costituito, come questa Corte ha ripetutamente affermato (con riguardo all’art. 11 Cost.: sentenze n. 284 del 2007, n. 168 del 1991, n. 232 del 1989, n. 170 del 1984, n. 183 del 1973; con riguardo all’art. 10, primo comma, Cost.: sentenze n. 73 del 2001, n. 15 del 1996 e n. 48 del 1979; anche sentenza n. 349 del 2007), dal rispetto dei principi fondamentali e dei diritti inviolabili dell’uomo, elementi identificativi dell’ordinamento costituzionale”.

Il patto di stabilità interno è incostituzionale per molteplici violazioni dei principi fondamentali del nostro ordinamento. In primis in quanto la cessione di sovranità monetaria ed economica è innanzitutto illecita ex art. 11 Cost., che prevede la diversa figura delle mere limitazioni di sovranità.

Pur non volendo fare in questa sede un trattato di diritto costituzionale è bene che i cittadini sappiano che la sovranità interna dello Stato, come scritto nella relazione preparatoria al progetto di Costituzione, è incondizionata ed incondizionabile. Ergo nessun vincolo esterno può intaccare le nostre scelte di spesa.

La Repubblica acconsente ai sensi del successivo art. 11 Cost. alle mere limitazioni di sovranità, in condizione di reciprocità tra Stati e per fini esclusivi di pace e giustizia. Ovvero si acconsente a limitare quelle sovranità i cui effetti, travalicando i nostri confini, incidono su altri Stati.

Il sostegno della domanda interna e dunque le politiche espansive necessarie ad essa, l’indirizzo della relativa produzione, sono questioni su cui solo il Parlamento italiano deve decidere, senza nessuna ingerenza straniera.

Deve essere chiarito fino a rendere il concetto pacifico per tutti, esattamente come è oggi pacifico affermare che la Terra non è piatta, che ad uno Stato o un Comune non possono applicarsi logiche economiche di stampo aziendale e neppure possono essere paragonati ad un buon padre di famiglia.

Keynes, in Autarchia Economica del 1933, chiamava “obnubilati” ed “imbecilli” coloro che non comprendevano questo concetto, e che finivano per immaginare la società come la parodia dell’incubo di un contabile, poiché vivano nella convinzione che la moneta fosse una risorsa finita anziché uno strumento illimitato.

Un’azienda crea risparmio facendo attivo, lo Stato o un Comune invece può crearlo per i propri consociati unicamente attraverso il proprio passivo, ovvero immettendo più moneta con la spesa di quanta ne drena con le tasse.

Il debito pubblico è quindi, in ultima istanza, credito privato, è la nostra ricchezza. Il debito oggi è diventato un problema solo perché lo Stato non può creare dal nulla la moneta con cui il debito è stato contratto, oggi lo Stato si indebita in una moneta straniera in forza della clamorosa cessione di sovranità compiuta.

Lo Stato secondo il modello costituzionale dunque è la figura che regolamenta le principali variabili macroeconomiche del paese, lo Stato appunto deve: “disciplinare, coordinare e controllare il credito”.

Lo Stato (ergo il popolo) in definitiva deve avere la piena sovranità d’immettere moneta nel circuito economico.

La moneta può essere immessa in circolo unicamente attraverso la stampa diretta, attraverso la spesa pubblica in deficit, attraverso le esportazioni oppure per mezzo dei prestiti delle banche commerciali. Oggi sia la stampa diretta di moneta che la spesa pubblica a deficit sono precluse dalle cessioni di sovranità compiute con la ratifica dei Trattati UE e dunque ci rimane solo la via dell’esportazione.

Potenziare le esportazioni comporta l’abbattimento dei prezzi ed in primo luogo dei salari, attuando così politiche diametralmente opposte a quelle previste dalla Costituzione.

La base monetaria può essere aumentata unicamente drenando liquidità da altre nazioni (esattamente in questo contesto si spiega l’attivo della bilancia dei pagamenti della Germania, forte grazie alle esportazioni) oppure chiedendo prestiti che ovviamente comportano il pagamento di interessi.

Dunque la tutela del risparmio ed è questo uno dei punti decisivi che dimostra la pacifica incostituzionalità del patto di stabilità interno, che presuppone in primo luogo la sua creazione, si pone in evidente contrapposizione ai vincoli di bilancio.

Nel lungo periodo il risparmio si può creare unicamente con politiche di deficit (intendendo con questo termine anche la stampa diretta di moneta e quindi un deficit che in realtà non costituisce debito reale verso nessun soggetto ma solo il dato quantitativo della moneta realmente emessa da uno Stato sovrano).

L’austerità può essere utilizzata per rispondere ad eventuali crisi inflattive, ma non può essere imposta per sempre e addirittura proseguita quando, come oggi, il Paese è in deflazione. Se diventa impossibile creare risparmio si viola l’art. 47 Cost. e così ovviamente si impedisce al settore pubblico anche di fare ciò che la Costituzione gli impone, garantire i diritti fondamentali.

L’avanzo di bilancio infatti obbliga le amministrazioni pubbliche a tagliare, e a continuare a farlo per sempre, fino alla propria cancellazione.

Dunque la violazione dei controlimiti afferisce sia al predetto art. 47 Cost., ma anche agli artt. 1, 2, 3, 4 e 35, 36, 38, 138 e 139 Cost.

In sostanza ci troviamo davanti a Stati e Comuni che non possono più tutelare il diritto al lavoro, non possono rimuovere le diseguaglianze economiche e sociali come imporrebbe l’art. 3 Cost., non possono garantire i diritti inviolabili ed in primis quelli al centro del nostro programma, ovvero l’assistenza ai disoccupati involontari, ai disabili ed agli anziani ex art. 38 Cost.

In questo modo ci scordiamo anche la tutela dell’incolumità pubblica e nonostante si abbia la disponibilità di uomini e mezzi si preferisce tenerli nell’ozio anziché farli intervenire per la messa in sicurezza del territorio genovese… perché non ci sono i soldi!

Ma non solo, come accennato sopra, impostare politiche basate sul solo potenziamento delle esportazioni implica aritmeticamente l’intervento deflattivo sui salari fino alla totale disapplicazione, già in atto, dell’art. 36 Cost. che prevedeva un parametro chiaro a cui ancorare la retribuzione, ovvero la proporzionalità alla quantità e qualità dell’opera prestata, ma in ogni caso la sufficienza della stessa a garantire al lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

In sostanza noi non dobbiamo più competere sui mercati internazionali, le bestie competono!

Gli uomini devono cooperare, ergo dobbiamo tornare allo sviluppo della nostra domanda e del nostro settore produttivo, ripudiando politiche mercantiliste e la stessa globalizzazione, che anzi andrebbe chiamata “glebalizzazione”, visto la tendenza di tutta l’economia mondiale ad aggiustare gli squilibri della bilancia dei pagamenti nazionali attraverso l’abbattimento dei salari. Secoli di lotte sindacali vanno in fumo per quattro regole criminali volute da un gruppetto di speculatori finanziari che oggi i nostri politici servono e frequentano con sempre maggiore dedizione.

Pur, lo si ribadisce, non volendo scrivere un trattato di diritto in questa sede è bene ancora ricordare le parole del Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, Barra Caracciolo, uno dei massimi esperti in materia:

Sviluppando il tema ora intrapreso, è accettabile, ad esempio, che sia automaticamente insindacabile ogni legge che, nel fine politicamente dichiarato, persegua il fine della riduzione dell’indebitamento annuale dello Stato (o dei Comuni quindi – n.d.s.), alla luce dell’enunciato del nuovo art.81 Cost., per cui, “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”?

La risposta pone capo a varie soluzioni.

Anzitutto. La proposizione costituzionale assunta nella sua finalità programmatica specifica, può implicare il sacrifico “massivo” di molte altre norme costituzionali di “principio”, -cioè quelle che lo stesso art.139 Cost., non consente di abrogare-modificare- perché caratterizzanti la “forma repubblicana”, intesa come Repubblica democratica fondata sul lavoro, (dato che tale è l’enunciato dell’art.1 Cost. ed il più chiaro riferimento intratestuale e sistematico all’ubi consistam di tale “forma”).

Se risultasse, in tale prospettiva, che la riduzione costituzionale e, in via di attuazione periodica e costante, “legislativa” dell’”indebitamento” (che il susseguente comma dell’art.81 vieta direttamente, tranne “autorizzazione” delle Camere, adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di “eventi eccezionali”, connessi a “effetti del ciclo economico”), diminuisse in modo prolungato e “strutturale” l’occupazione (art. 1 e 4 Cost, in sistema con gli artt. 35, 36 e 37 Cost.) ad esempio registrandosi un massiccio incremento della disoccupazione, con forte decremento, comprovato del monte-retribuzioni ad esse precedentemente attribuite, lo stesso “nuovo” art.81 sarebbe in contrasto con norme costituzionali prevalenti e, a rigore, si aprirebbe la via al sindacato “interno” alla Costituzione stessa.

La sindacabilità, anche di norme di revisione, ove violative dei precetti “primigeni” di livello costituzionale, e quand’anche attuative di obblighi pattizi assunti in sede “europea” è da ritenere pacifica.

Ed infatti, se il nostro diritto interno é cedevole di fronte al diritto comunitario, quest’ultimo non può derogare o superare i “principi supremi” della nostra Costituzione.

Ma, quello della “incidenza manifesta” sul livello di occupazione, è solo uno degli esempi tra i molteplici che si possono addurre: si pensi a una prolungata disciplina finanziaria che, anno per anno, disponga sistematicamente il taglio degli investimenti pubblici, com’è in effetti avvenuto. Ciò fa venir meno un determinante sostegno alla domanda aggregata (il PIL), e, proprio e specialmente in situazione di stagnazione o flessione del PIL, determina la conseguenza di limitare concretamente le indispensabili politiche pubbliche volte a indirizzare l’iniziativa economica verso obiettivi di “sicurezza, libertà e dignità umana” (art.41 Cost., secondo comma), programmando e controllando “effettivamente” l’attività economica, affinché si rivolga (art.41, terzo comma) verso “fini sociali” – tra cui certamente spicca, in virtù degli artt. 1 e 4 Cost.- il perseguimento della “piena occupazione” (e non certo politiche fiscali che amplifichino la disoccupazione).

In altri termini, lo stimolo fiscale all’economia ha una oggettiva funzione anticongiunturale e di concomitante sostegno all’occupazione, e, tale stimolo, per essere conforme a numerose norme costituzionali di tutela del lavoro come fondamento e legittimazione del legame comunitario generale, deve poter essere svolto in misura “effettiva”, cioè adeguata alla dimensione macroeconomica del Paese e non essere ridotto in termini puramente formali e, perciò, tra l’altro, “inattendibili”, secondo l’obiettivo stato della scienza economica, rispetto all’obiettivo (stimolo e sostegno), agevolmente ricavabile in via sistematica dalla Costituzione”.

Qual è il principale problema di Genova secondo tutti? La disoccupazione. Ebbene come enunciato sopra, senza investimenti pubblici è impossibile risolvere il problema.

Se invece l’investimento arrivasse da privati provenienti da fuori Genova o addirittura da fuori Italia, la crisi economica a Genova aumenterebbe. La ragione è banale, l’investitore viene a fare profitto, non a perdere i suoi soldi. Ciò implica che se la sua operazione avrà successo ed otterrà profitti, drenerà ulteriore ricchezza finanziaria da Genova causando ancora più povertà e disoccupazione, anche al netto delle eventuali assunzioni che l’investitore farà sul territorio.

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Punto 3 – Rigetto dell’insensata politica dell’accensione di prestiti da parte dell’amministrazione comunale, i soldi per il normale funzionamento dei servizi e per l’erogazione dei diritti incomprimibili devono arrivare dallo Stato, non devono certamente essere chiesti in prestito, con un danno enorme in termini di interessi da corrispondere. Il Comune non è un’azienda, ma un’amministrazione pubblica che può (deve) dunque operare in deficit di bilancio. Solo in caso in cui la battaglia giuridica contro il patto di stabilità fosse inizialmente persa si procederà a rinegoziare i finanziamenti contratti dal Comune, analizzando anche la sussistenza di eventuali illeciti bancari quali ad esempio la corresponsione di interessi anatocistici da parte dell’amministrazione.

Genova è un Comune fortemente indebitato. Il monte dei finanziamenti è pari all’astronomica cifra di 1,1 miliardi di euro e costa oltre 110 milioni l’anno tra interessi e capitale restituito.

Ovviamente le amministrazioni hanno contratto prestiti in forza dell’incostituzionale meccanismo del patto di stabilità interno. L’unico modo per avere soldi è quello di chiederli alle banche, tale politica va categoricamente rifiutata, poiché aggrava il dissesto delle casse comunali. Dovrebbe essere lo Stato, come abbiamo detto, a dare a Genova i trasferimenti di ricchezza necessari alla normale erogazione dei servizi.

Inoltre, come i professionisti del settore legale sanno, capita frequentemente che i contratti bancari siano viziati da illeciti quali anatocismo o simili e pertanto tutti i contratti di finanziamento del Comune saranno periziati al fine di far valere i diritti dell’amministrazione, analogamente saranno verificati i prodotti derivati assurdamente acquistati dall’amministrazione.

Fermo quanto detto, nella denegata e non creduta ipotesi in cui la partita contro il patto di stabilità interno non abbia esito favorevole fin dal primo grado di giudizio, sarà necessario reperire risorse. Oltre ai finanziamenti europei (senza mai dimenticare che diamo all’Europa più di quanto essa ci restituisca), e quanto si dirà infra sulle tasse comunali, rinegoziare i finanziamenti allungandone la durata potrebbe, nell’immediato, consentire di ottenere la liquidità necessaria a garantire i nostri diritti fondamentali.

Ovviamente sposteremo solo il problema nel futuro, addirittura aggravandolo, ma chiaramente lo si farebbe con l’auspicio che nelle more, il Paese sotto la guida di Riscossa Italia, riscatterà la sovranità monetaria, nazionalizzerà il settore bancario, e sterilizzerà questi assurdi debiti. Appena saremo al governo queste saranno le nostre politiche.

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Punto 4Mantenimento dell’abolizione delle imposte indirette sulle prime case dei cittadini (salvo quelle di lusso) in quanto palesemente incostituzionali.

Senza voler scrivere un trattato di diritto tributario è sufficiente ricordare una cosa molto banale. I Padri Costituenti, quando redigevano l’art. 53 Cost., avevano avuto modo di esplicare l’interpretazione autentica di tale norma nei verbali dell’Assemblea Costituente.

Si chiarì quindi che le imposte indirette, ovvero quelle imposte sulla proprietà regressive in quanto scollegate dal reddito e che dunque colpivano più i poveri che i ricchi, potevano esistere solo sui beni non necessari e di lusso.

La prima casa è ovviamente un bene necessario e non produce alcun reddito, ergo non può essere tassato. La Corte Costituzionale infatti ammette le imposte sulla casa solo laddove esse siano fonte di reddito potenziale. Una seconda casa sfitta può anche essere tassata (non è la politica di Riscossa, ma si ammette che l’azione potrebbe essere legittima sotto il profilo costituzionale), ma certamente non si può tassare la prima casa che ovviamente non ha alcun potenziale di redditività.

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Punto 5Introduzione di una moneta complementare.

La moneta complementare aiuterebbe certamente a ridimensionare il problema di carenza di moneta nell’economia reale di Genova. Probabilmente però questo è il punto più complesso e potenzialmente controverso dell’intero programma.

Lo studio preliminare è stato condotto dagli Avvocati Giuseppe Palma e Luigi Pecchioli e l’applicazione pratica sarà effettuata portando i migliori economisti italiani a Genova, ovviamente ci si riferisce agli economisti in buona fede, quelli che condannano il neoliberismo e l’ordinamento europeo che ha reso tale ideologia una norma giuridica.

Ecco il piano dei due giuristi integralmente trascritto.

Premesso che

  1. leuro è un accordo di cambi fissi, quindi ciascuno Stato dell’eurozona, non potendo più scaricare il peso della competitività sulla moneta (facendo ad esempio leva sul cambio attraverso quelle salvifiche svalutazioni competitive del passato), è costretto a scaricarlo sul lavoro attraverso la riduzione dei salari e la contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore. Si è dunque passati dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro;

  2. ciascuno Stato dell’area-euro, avendo perso sovranità monetaria, è costretto ad andarsi a cercare la moneta. E può farlo solo in tre modi:

1)andandola a chiedere in prestito ai mercati dei capitali privati (es. banche private) ai quali va restituita con gli interessi, a loro volta determinati dall’affidabilità della finanza pubblica dello Stato richiedente. Quindi lo Stato, al fine di poter reperire la moneta, colloca i propri Titoli di Stato sul mercato primario (quelli battuti mensilmente dal Tesoro), dove i tassi di interesse sono stabiliti dal mercato stesso. In caso di Titoli rimasti invenduti, non esiste alcuna prestatrice illimitata di ultima istanza che li compri. La BCE, per suo statuto, non può garantire il debito pubblico di nessuno degli Stati della zona-euro. Il Quantitative Easing di Draghi, iniziato nel marzo 2015 e che dovrebbe terminare nel dicembre 2017, si limita ad acquistare solo Titoli sul mercato secondario, cioè quelli già in circolazione, e non quelli che incidono direttamente sulla finanza pubblica, e ciò determina gravissime problematiche connesse alla perdita di sovranità monetaria, circostanza aggravata dall’assenza di una prestatrice illimitata di ultima istanza com’era ad esempio Bankitalia prima dello scellerato divorzio Banca d’Italia-Tesoro avvenuto nel 1981;

2)estorcendola a cittadini e imprese attraverso l’aumento delle tasse, l’inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale e i tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili (come ad esempio, sanità, pensioni, giustizia, sicurezza, trasferimenti agli enti locali etc…);

3)favorendo l’ingresso di capitali esteri attraverso gli investimenti stranieri e le esportazioni. Nel primo caso, chi investe in un Paese diverso dal proprio lo fa o perché v’è un fisco leggero ed amico (e non è il caso dell’Italia) oppure perché non vi sono i cosiddetti “irritanti commerciali” (cioè norme a tutela dei diritti fondamentali del lavoratore). In caso contrario, preferirà investire altrove. Nel secondo caso, invece (quello delle esportazioni), si è già detto che – per poter essere competitivi in un regime di cambi fissi ove non è possibile svalutare la moneta – si è costretti a svalutare il lavoro attraverso la contrazione sia dei salari che delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore (sul punto, l’Italia ha approvato la riforma Fornero e il Jobs Act che vanno esattamente in questa direzione);

  1. in ambito locale, Regioni e Comuni sono strozzati dal famigerato PATTO DI STABILITA’ INTERNO, cioè da quelle regole capestro dettate dall’Unione Europea che impongono sostanzialmente agli enti locali di fare pareggio di bilancio (assicurare equilibrio tra entrate e uscite), a prescindere sia dall’erogazione dei servizi pubblici essenziali che dalle condizioni socio-economiche in cui versa la comunità locale;

  2. la Corte Costituzionale, con Sentenza n. 275/2016, ha sancito il principio secondo cui non sono i diritti incomprimibili a doversi adeguare alle esigenze di equilibrio di bilancio di cui all’art. 81 della Costituzione, bensì sono queste ultime a doversi adeguare ai diritti incomprimibili (testualmente: “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”);

  3. l’Italia fa avanzo primario sin dal 1991 (il deficit “concessoci” annualmente dalla Commissione europea è determinato esclusivamente dagli interessi passivi sul debito pubblico). L’avanzo primario determina tagli selvaggi nell’erogazione dei servizi pubblici essenziali sia a livello nazionale che locale, favorendo in tal modo il crimine della privatizzazione di tali servizi (come espressamente richiesto dalla BCE con sua lettera del 5 agosto 2011 indirizzata al Presidente del Consiglio di allora);

  4. l’Italia ha provveduto sia a sottoscrivere il Fiscal Compact (marzo 2012, ratificato definitivamente nel mese di luglio dello stesso anno) che a costituzionalizzare il vincolo del pareggio di bilancio (aprile 2012, Legge costituzionale n. 1 del 20 aprile 2012), castrandosi – visto già l’avanzo primario ultraventennale – di qualsiasi politica economica che miri al conseguimento della piena occupazione, del benessere diffuso e della tutela dei diritti fondamentali;

  5. l’art. 117 della Costituzione, nel delineare le sfere di competenza di Stato e Regioni, attribuisce allo Stato la legislazione esclusiva in materia di moneta (art. 117 Cost., comma secondo, lettera e). Ovvio che la disposizione costituzionale si riferisca alla moneta avente corso legale (all’epoca la Lira, oggi l’Euro). Tuttavia, la legislazione ordinaria non esclude la possibilità per gli enti locali di emettere valuta complementare non avente corso legale. A tal proposito è opportuno citare: 1) l’art. 112 del TUEL (Testo Unico Enti Locali – D.Lgs. n. 267/2000, aggiornato al 14/11/2016); 2) l’art. 7 del D.Lgs. n. 112/1998; 3) l’art. 114 bis del TUB (Testo Unico Bancario – D.Lgs. n. 385/1993, aggiornato con D.Lgs. n. 223 del 14/11/2016). Se quest’ultimo attribuisce espressamente alle pubbliche amministrazioni statali, regionali e locali la facoltà di emettere moneta elettronica, il primo articolo citato (art. 112 del TUEL) prevede che gli enti locali, nell’ambito delle rispettive competenze, provvedano alla gestione dei servizi pubblici che abbiano per oggetto produzione di beni e servizi ed attività rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali. In relazione al presente progetto, il termine “moneta complementare” sta ad indicare uno strumento di pagamento alternativo e complementare alla moneta avente corso legale, il quale, se liberamente accettato tra le parti aderenti al progetto stesso, non può essere in alcun modo vietato e non ne può essere preclusa l’emissione, trattandosi di una semplice unità di misura che regola liberamente il libero scambio di beni e servizi;

  6. la Costituzione italiana, nei suoi Principi Fondamentali rubricati ai primi dodici articoli della Carta, fonda la Repubblica sul lavoro (art. 1, comma primo) ed arriva a definire quest’ultimo come un vero e proprio diritto (art. 4)! Ma v’è di più: all’art. 3 la nostra Costituzione impone allo Stato di eliminare quegli ostacoli che, limitando di fatto l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (principio di eguaglianza sostanziale);

  7. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” (art. 1, comma primo della Costituzione), pertanto, secondo l’interpretazione autentica fornita da uno dei più autorevoli Padri Costituenti, Piero Calamandrei, la Repubblica non si potrà dire democratica finché ogni uomo non avrà un lavoro dal quale trarre i mezzi sufficienti non solo per vivere, ma per svolgere una vita dignitosa (per sé e per la sua famiglia);

  8. Gli articoli 35, 36, 37, 38, 39 e 40 della Costituzione – rubricati nella Parte Prima della Carta – specificano e dettagliano il diritto al lavoro, esplicitando quella sfera di diritti fondamentali che proteggono il lavoratore e lo rendono (insieme alla sua famiglia) libero dal bisogno;

  9. La Repubblica è composta, oltre che dallo Stato centrale anche dalle autonomie locali (alle quali è riconosciuta espressamente tutela costituzionale), quindi da Regioni, Province e Comuni che godono – a sensi dell’art. 119 della Costituzione – di autonomia finanziaria seppur all’interno di limiti capestro costituzionalizzati con Legge costituzionale n. 1/2012;

  10. La moneta complementare, secondo la definizione tipica, è moneta che NON ha corso legale (quindi può essere emessa da chiunque, costituendo un libero mezzo di misura atto allo scambio di beni e servizi) e svolge la funzione di sostegno all’economia locale nei limiti di quanto è liberamente accettata dai soggetti che operano nel circuito chiuso della comunità locale nella quale è emessa e scambiata;

  11. Si ritiene, in ogni caso, che l’unica via di salvezza per l’Italia sia l’abbandono dell’euro ed il concreto ripristino della sovranità monetaria e dei principi inderogabili della Costituzione primigenia. Il tutto – se necessario – anche unilateralmente e accompagnato dal non rispetto di nessuno dei vincoli capestro stabiliti dai Trattati europei e dal fiscal compact;

  12. Il Quantitative Easing della BCE ha provveduto a svalutare l’euro sul dollaro nella misura di circa il 30%, avvantaggiando l’eurozona in termini di competitività solo in una comparazione globale (esempio UE-USA) e NON in una comparazione infra-Stati (cioè ad esempio tra Italia e Germania), per cui il nostro Paese soffre esattamente come prima dell’intervento massiccio della BCE. Ciò rende urgente, visto che dopo il QE non vi sono ulteriori misure salvifiche attuabili, ripristinare la sovranità monetaria a livello nazionale;

  13. il voto con cui il popolo britannico ha scelto democraticamente di abbandonare l’UE e l’elezione di Trump quale Presidente USA hanno determinato un mutamento degli assetti geo-politici verso un ripristino delle sovranità nazionali;

  14. La Costituzione italiana, a partire dal 1992 in avanti, è stata stuprata da tutti coloro che, conducendo il Paese in catene prima a Bruxelles e poi a Francoforte, hanno vigliaccamente tradito lo Stato e gli stessi principi supremi sui quali la Costituzione fonda la Repubblica;

  15. Riscossa Italia candida a sindaco di Genova l’avv. Marco Mori con l’intento, seppur solo a livello comunale trattandosi di elezioni amministrative, di ripristinare in parte la sovranità monetaria, per cui si è pensato di elaborare il presente progetto di moneta complementare (non avente corso legale) che è strettamente funzionale alla realizzazione di un percorso che miri a ridare dignità ai meno abbienti;

  16. Qualora Marco Mori fosse eletto sindaco di Genova, a tutela dei diritti incomprimibili (su tutti il diritto alla salute, all’abitazione e ad una vita dignitosa), farà in ogni caso impegni di spesa – violando anche il PATTO DI STABILITA’INTERNO – atti a garantire i diritti incomprimibilidei cittadini genovesi

§ § §

Tutto ciò premesso, Riscossa Italia presenta in sintesi il seguente progetto di introduzione di

MONETA COMPLEMENTARE

per la città di Genova (da attuarsi qualora il candidato sindaco avv. Marco Mori vincesse le elezioni amministrative),

che miri al ripristino della DIGNITA’ UMANA:

  1. La moneta complementare, se utilizzata per interi pagamenti di beni e/o prestazioni di servizi, rischia di creare inflazione: essendo su base volontaria, il venditore/fornitore tenderebbe a far pagare i costi da egli eventualmente sostenuti per l’utilizzo della moneta complementare e per il relativo mancato incasso in moneta a corso legale;

  2. La moneta complementare, per la Legge di Grisham, può certamente portare alla tesaurizzazione degli euro e quindi alla maggiore restrizione della massa monetaria in circolazione;

  3. La moneta complementare, che potrebbe creare problemi fiscali ai venditori/fornitori, non è utilizzabile dalle imprese che si approvvigionano fuori dal territorio comunale, per cui rimane limitata agli scambi fra piccoli commercianti, imprese artigiane, piccoli lavoratori autonomi/professionisti e produttori agricoli, per cui – alla luce delle predette problematiche – si è cercato di avanzare una proposta che risolva i problemi fin qui esposti:

  4. La MONETA COMPLEMENTARE genovese prenderà il nome di “SUPERBA” con rapporto di cambio 1:1 con l’euro. Essa non avrà corso legale e costituirà strumento di pagamento parallelo e complementare all’euro, secondo i limiti, le condizioni e i campi di applicazione che si diranno più avanti e che verranno stabiliti da un dettagliato piano successivo. La moneta complementare non potrà essere convertita in euro o in altra moneta avente corso legale, anche se estera. Il presente progetto di moneta complementare è certamente innovativo ed è differente (seppur in parte) ai progetti già esistenti ed elaborati finora nel nostro Paese;

  5. La “SUPERBA” sarà una moneta elettronica. Il Comune consegnerà a tutti i cittadini residenti a Genova che aderiscano al circuito monetario un’apposita carta (identica a quelle già in circolazione con le stesse funzionalità di una post-pay, da chiamarsi ad esempio “Superba pay-card”) sulla quale verrà accreditata la moneta complementare e con la quale sarà possibile effettuare pagamenti e transazioni. Tale carta verrà altresì consegnata anche a tutte le attività esercenti lo scambio di beni e servizi nel Comune di Genova che dichiareranno espressamente di aderire al progetto di moneta complementare;

  6. Contestualmente all’emissione della moneta complementare, il Comune istituirà al suo interno un Ufficio denominato con l’acronimo “UCMC“ (Ufficio Comunale per la Moneta Complementare) che si occuperà della gestione dell’intero circuito monetario, delle adesioni al programma di moneta complementare, della tenuta dei registri e di tutto quanto compete alla circolazione, agli accrediti e alla gestione della moneta stessa. Tale Ufficio dipenderà direttamente dalla Giunta comunale, la quale dovrà ogni anno presentare al Consiglio comunale un rendiconto dettagliato sull’intera gestione e funzionalità della moneta complementare; rendiconto che il Consiglio comunale dovrà approvare a maggioranza dei suoi componenti, pena la sospensione del circuito monetario. Dell’UCMC” faranno parte, con alternanza biennale, anche alcuni rappresentanti delle categorie commerciali e professionali che vi hanno aderito;

  7. il Comune di Genova accrediterà gratuitamente (ogni anno) a tutti i cittadini residenti nel territorio comunale (quindi sulla “Superba pay-card” di ciascuno) che avranno dichiarato espressamente di aderire al suddetto circuito monetario, una somma in moneta complementare il cui esatto ammontare verrà dettagliatamente stabilito di anno in anno dalla Giunta comunale sentito il parere sia dell’ “UCMC” che di un’apposita commissione di esperti appositamente nominata dalla Giunta medesima, tenuto conto delle necessità e delle ragioni di opportunità sociale, economica e politica. L’emissione di tale moneta complementare – in egual misura a tutti i cittadini genovesi che aderiranno al circuito medesimo – incentiverà buona parte della popolazione residente (e aderente al circuito) a spendere e ad accettare la moneta complementare quale strumento di pagamento nello scambio di beni e servizi;

  8. La partecipazione a tale circuito monetario di moneta complementare sarà su base volontaria, con un impegno da parte dei soggetti aderenti ad accettare la moneta complementare nei limiti previsti per il pagamento con la Superba pay-card che si diranno più avanti, e a considerare legalmente saldato il credito relativo alla vendita/prestazione erogata, senza possibilità di rifiutare il pagamento in moneta complementare. Anche il Comune si impegnerà ad accettare – nei limiti previsti e che si diranno in sintesi più avanti – il pagamento in moneta complementare per le tasse/concessioni/servizi comunali offerti, considerandoli come regolarmente saldati ed adempiuti (come si dirà in sintesi più avanti);

  9. Con la Superba pay-card ogni singolo utente potrà compiere le seguenti operazioni in moneta complementare:

  1. Pagare acquisti relativi a scambi di beni e/o servizi ad altri aderenti al circuito monetario di moneta complementare nella misura stabilita in un massimo pari ad 1/3 del costo totale; la rimante parte del prezzo (2/3) dovrà comunque essere versata in euro;

  2. Pagare tasse e imposte comunali, fatta eccezione per l’IMU, sempre nella misura massima di 1/3 del dovuto, con saldo dei 2/3 in euro;

  3. Pagare i propri dipendenti che dichiarino espressamente di aderire al suddetto circuito monetario le retribuzioni con predetta moneta entro il limite massimo di 1/3 dell’intero ammontare del salario, con relativo accredito sulla Superba pay-card, e comunque non oltre il limite massimo di 500 superbi mensili;

  1. I cittadini genovesi che aderiranno espressamente a questo progetto di moneta complementare, spendendo per lo scambio di beni e servizi fino ad 1/3 in moneta complementare presso i soggetti economici che avranno a loro volta aderito al circuito monetario sin qui esposto, conserveranno in euro l’equivalente somma spesa in moneta complementare: ciò determinerà un aumento dei consumi in euro, la possibilità di far fronte al pagamento di tasse e imposte sempre in euro, ovvero l’incentivazione – sempre in moneta avente corso legale – del risparmio privato. In pratica chi aderirà al progetto di moneta complementare, potendo spendere fino ad 1/3 dell’ammontare del prezzo per l’acquisto di beni e servizi in moneta complementare gratuitamente accreditata dal Comune, manterrà a sua disposizione l’equivalente in euro che non ha speso, e che quindi potrà utilizzare per i consumi, per il pagamento delle tasse e per il risparmio privato(quest’ultimo, tra l’altro, costituzionalmente tutelato);

  2. La moneta complementare elaborata con il presente progetto sarà in realtà un mezzo di pagamento – nei limiti dell’adesione volontaria dei soggetti cui si riferisce – la cui emissione non trova preclusione alcuna nelle vigenti disposizioni di legge in quanto trattasi di “moneta” non a corso legale bensì di una semplice unità di misura volontariamente accettata (da soggetti aderenti al circuito) quale strumento per lo scambio di beni e servizi. Si ribadisce quindi che tale moneta complementare servirà quale strumento di pagamento alternativo e complementare per lo scambio di beni e servizi all’interno del Comune di Genova e all’interno del circuito monetario dei soggetti che vi aderiranno liberamente;

  3. L’interesse ad aderire al circuito di moneta complementare deriva anche dal fatto che il Comune accetterebbe tale moneta a parziale pagamento di tasse/imposte/utenze a livello comunale, mentre l’impegno ad accettarla senza possibilità di rifiuto da parte dei soggetti aderenti al circuito monetario (cittadini, attività commerciali, produttori agricoli, professionisti etc…) ne farebbe uno strumento solido ed affidabile, senza pericolo di svalutazione e con i benefici di cui sopra;

  4. La circostanza che sia il Comune che i soggetti aderenti al circuito monetario percepirebbero comunque gli euro per i restanti 2/3 del prezzo del bene e/o della prestazione e/o del servizio erogato, permetterebbe di evitare problemi di copertura dei costi (come anche gli acquisti da fornitori), che devono essere chiaramente saldati in euro, e permetterebbe altresì al Comune di incassare euro sufficienti per poter far fronte ai costi relativi all’erogazione di servizi e altre forniture a livello comunale;

  5. Dal punto di vista fiscale, il pagamento solo parziale in moneta complementare (nei limiti di 1/3 dell’intero ammontare del prezzo della prestazione o dello scambio di beni e/o servizi, o anche in limiti inferiori che andranno ponderati) permetterebbe ai soggetti aderenti di onorare in ogni caso gli obblighi fiscali periodici, come ad esempio l’IVA, e non avere problemi di evasione o elusione fiscale;

  6. La Superba pay-card potrebbe anche essere fornita, direttamente dalla struttura alberghiera, ai turisti che rimangano stabilmente nel Comune di Genova per almeno due pernottamenti al cambio €/Superba = 1/0,8, quindi con una svalutazione del 20%. In tal modo gli stranieri, con cambio favorevole rispetto all’euro, avranno convenienza ad acquistare nel Comune di Genova beni e servizi in moneta complementare all’interno del circuito monetario dei soggetti aderenti, senza possibilità di ricambiare l’eventuale residuo alla partenza, incentivando in tal modo l’impiego di moneta complementare;

  7. La Superba pay-card permetterà ai possessori di andare anche “in rosso” per un periodo di tempo prestabilito e per un ammontare massimo da stabilire, senza interessi o spese. Superato quel termine il conto dovrà essere rimesso in pareggio, pena l’azione di recupero in euro del dovuto. Ciò incentiverà i consumi in moneta complementare. Particolari situazioni di disagio economico e sociale daranno il diritto di godere di ulteriori accrediti di moneta complementare, oltre quello iniziale da parte dell’UCMC, senza effetti negativi sugli eventuali diritti di assistenza e sostegno in euro già previsti;

  8. Al termine di un periodo di tempo da stabilire, tutti gli aderenti al circuito della moneta complementare dovranno portare a zero il proprio conto, sia esso in surplus che in deficit, attraverso il versamento in euro all’UCMC delle differenze accumulate in deficit o l’azzeramento dei surplus. Ciò impedirebbe tesaurizzazioni e spingerebbe al consumo totale della moneta complementare accumulata nel periodo di riferimento, incentivando i consumi reali. Solo dopo la chiusura delle posizioni la Superba pay-card verrebbe ricaricata con un nuovo versamento da parte dell’UCMC, con gli stessi criteri iniziali;

  9. Con tale sistema si darebbe ad ogni cittadino/impresa la facoltà di ampliare la propria possibilità di spesa e tagliare – nei limiti di quanto ne sia compatibile questo progetto – i costi del lavoro. Nulla vieta che anche altri Comuni possano aderire al presente progetto, ampliando la base di utenza;

  10. Il Comune doterà ciascun cittadino e soggetto economico aderente di un dispositivo elettronico (similare al POS) che consenta il pagamento con moneta complementare. I pagamenti in moneta complementare e le relative transazioni avverranno tramite “Superba pay-card” attraverso tali dispositivi elettronici (POS), che saranno abilitati anche a trasferimenti di moneta da una carta all’altra in modo da consentire anche libere transazioni tra privati (esempio Tizio chiede a suo cognato Caio di aiutarlo a traslocare, quindi quest’ultimo accetta che il cognato lo paghi in moneta complementare). Saranno vietate e punite transazioni con moneta complementare che comportino applicazioni di “tassi di interesse”. Non potendo, per evidenti ragioni economiche, fornire ciascun cittadino aderente del suddetto dispositivo elettronico (POS), il Comune allestirà presso l’ “UCMC” (e sue eventuali sedi distaccate) una serie di sportelli elettronici a disposizione dei titolari della “Superba pay-card”, ovvero fornirà i POS in comodato d’uso a centri espressamente autorizzati dal Comune medesimo (tabaccherie, ricevitorie etc…) che potranno essere utilizzati da tutti i titolari della “Superba pay-card”. Il Comune si impegnerà in ogni caso, tramite esperti informatici, nel predisporre pay-card che siano compatibili con i POS già attualmente in dotazione agli esercizi commerciali e professionali;

  11. Le “Superba pay-card” avranno ciascuna un codice per l’accredito (di dominio pubblico) ed uno per i pagamenti e le transazioni (privato), e, seppur nominative, potranno essere utilizzate da altri soggetti diversi dal titolare, seppur con il consenso di quest’ultimo che sarà presunto (le card saranno bloccate solo su richiesta espressa del titolare ovvero in caso di denuncia/querela presentata da quest’ultimo). Le “Superba pay-card”, benché destinate dal Comune a soggetti esclusivamente maggiorenni, potranno essere date in uso dal titolare ad altri soggetti (come sopra specificato) che abbiano compiuto almeno il quindicesimo anno di età (è il caso – ad esempio – del padre che consegna la propria card al figlio quindicenne per uscire con gli amici o la fidanzata a mangiare la pizza);

  12. I costi relativi alla realizzazione e alla distribuzione sia dei POS di moneta complementare che della “Superba pay-card” verranno finanziati esclusivamente attraverso sponsorizzazioni, pubblicità ed elargizioni spontanee da parte di cittadini e imprese. Nel caso non si raggiungesse la cifra necessaria, alla differenza vi provvederà il Comune;

  13. Qualora Marco Mori fosse eletto sindaco di Genova il presente progetto di moneta complementare denominata “Superba”, funzionale alla realizzazione di un percorso di ripristino della dignità sociale, troverà concreta attuazione a partire dal 2019;

  14. Il presente progetto di moneta complementare è presentato in sintesi. Qualora l’avv. Marco Mori dovesse essere eletto sindaco di Genova, ne commissionerà l’elaborazione dettagliata – tecnica e pratica – ai migliori economisti italiani esperti nel settore. L’intero lavoro, compresi gli aspetti tecnici e pratici, dovrà completarsi entro il 31 ottobre del 2018, in modo tale da favorire – a partire dal 2019 – la concreta attuazione del presente programma. Tutto quanto previsto in questo progetto necessita ovviamente, oltre che di un ulteriore piano analitico e dettagliato, dell’approvazione di un Regolamento comunale che introduca tutte le norme di cui sopra e regoli espressamente, e nel dettaglio, il funzionamento e l’applicazione di ogni singolo aspetto relativo a quanto sinora esposto e argomentato;

  15. Il presente progetto di moneta complementare è stato elaborato con la finalità di realizzare – seppur solo a livello comunale – migliori condizioni di vita delle classi meno abbienti, dando concreta attuazione, per quanto possibile, ai diritti incomprimibili della cittadinanza;

  16. Il presente progetto di moneta complementare è chiaramente differente da un qualsiasi ed eventuale progetto di moneta parallela a livello nazionale, avendo lo Stato – ai sensi dell’art. 117 della Costituzione, comma secondo, lettera e) – potestà esclusiva sulla moneta.

Bibliografia

Nonostante trattasi di un progetto di moneta complementare atipico e strettamente funzionale ad un programma locale, parzialmente diverso da quelli già esistenti ed elaborati, si indicano in ogni caso alcuni testi e riferimenti normativi sull’argomento:

  1. AA.VV. (Amato Massimo e Fantacci Luca), “Moneta complementare. Sai cos’è?”, Bruno Mondadori editore, formato e-book, 2014;

  2. AA.VV. (Cattaneo Marco e Zibordi Giovanni), “La soluzione per l’euro – 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana. Creare moneta, ridurre le tasse e rilanciare la domanda”, prefazione di Warren Mosler, Hoepli, 2014;

  3. GALLONI Nino, “Moneta e Società. Gli effetti sociali delle politiche monetarie – il caso italiano”, Mabed-Edizioni Sì, formato e-book, 2013;

  4. GALLONI Nino, “Misteri dell’euro – Misfatti della finanza”, Rubbettino, 2005;

  5. LO MONACO Valerio, “Scec: la moneta complementare. Una moneta che non è merce ma strumento sociale e comunitario. Con possibilità ancora inesplorate”, SapiensBook.com, formato e-book, 2017

  6. D.Lgs. n. 267/2000 (TUEL – Testo Unico Enti Locali), aggiornato al 14/11/2016;

  7. D.Lgs. n. 112/1998;

  8. D. Lgs. n. 385/1993 (TUB – Testo Unico Bancario), aggiornato con D.Lgs. n. 223 del 14/11/2016;

  9. Costituzione della Repubblica italiana (aggiornata a seguito delle modifiche introdotte da Legge costituzionale del 20 aprile 2012, n. 1).

* * *

Punto 6Moratoria sugli sfratti su tutto il territorio del Comune nei confronti dei cittadini che non dispongono di un reddito sufficiente a trovare un’altra abitazione. Ai privati danneggiati da questo provvedimento sarà corrisposta un’equa indennità dal Comune per l’occupazione del proprio immobile ed otterranno la completa esenzione da ogni tributo in riferimento ai beni occupati. Assistenza totale sarà data anche ai soggetti colpiti da pignoramento che versino nelle condizioni di tutela obbligatoria prevista all’art. 38 Cost.

La dizione sintetica del punto programmatico è già sufficiente a far capire cosa faremo. Nessuno sfratto o pignoramento in capo a disoccupati involontari ed in generale alle categorie protette dall’art. 38 Cost. avrà la conseguenza drammatica ed inaccettabile di lasciare qualcuno senza vitto e/o alloggio nel Comune di Genova. Il Comune si farà carico di pagare un’indennità di occupazione in favore dei proprietari di appartamenti con conduttori in difficoltà economica per mantenerli nei propri alloggi o alternativamente provvederà a ricollocarli in strutture adeguate, assumendo i relativi impegni di spesa in radicale violazione del patto di stabilità interno.

Per la tutela dell’uomo, come detto, si andrà avanti fino al commissariamento, anzi fino alla galera se necessario.

Riguardo alle persone colpite da pignoramento si agirà allo stesso modo. Le categorie protette costituzionalmente dall’art. 38 Cost. avranno assistenza senza limiti di spesa e saranno ricollocate in alloggi adeguati.

In cambio di tale intervento economico i cittadini che otterranno i sussidi saranno impiegati, sei in condizione fisica di svolgere un lavoro, nei tanti lavori socialmente utili di cui il Comune necessita, anche semplicemente per garantire un livello accettabile di decoro urbano e soprattutto per dare dignità alla persone aiutate.

La Costituzione non prevede l’elemosina, ma prevede che l’uomo si realizzi attraverso il lavoro, ovvero attraverso un’attività che concorra al progresso spirituale o materiale della società.

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Punto 7Assistenza a tutti coloro che sono privi di vitto ed alloggio in conformità al disposto dell’art. 38 Cost.

Ovviamente la tutela del punto 6, sarà estesa, a maggior ragione, a chi già oggi si trova in stato di indigenza o sia privo di alloggio. Per tali interventi non sussistono limiti di spesa pubblica che possano dirsi costituzionalmente legittimi.

Anche qui si è disposti a ben più del commissariamento. Non esiste ragione economica che giustifichi la sottrazione della dignità umana e l’abbandono del rispetto della vita.

* * *

Punto 8Stop ad ogni privatizzazione ed a qualsiasi vendita dei beni comunali, recupero di quanto già alienato, o anche di ciò che è stato semplicemente dato in gestione ai privati, si vedano ad esempio i posteggi. Azioni di responsabilità verso chi ha compiuto le privatizzazioni del passato per conseguente danno erariale.

Uno dei settori in cui l’ignoranza ha preso il sopravvento sulla ragione è certamente quello delle privatizzazioni. Privatizzare un bene pubblico in regime di monopolio significa sempre peggiorare la qualità del servizio ed alzare i costi. Dal 1992 in poi abbiamo avuto innumerevoli esempi degli effetti catastrofici di queste politiche.

La ragione per cui ciò avviene è talmente banale che ogni privatizzazione di beni pubblici in regime di monopolio dovrebbe portare a processare per abuso d’ufficio chi l’ha commessa.

In un servizio pubblico la tariffa è uguale al costo del servizio, anzi se si superassero le attuali norme incostituzionali, sarebbe possibile, ed anzi doveroso, erogare un servizio fondamentale in deficit, senza alcuna necessità di pareggiare i costi.

La P.A. dovrebbe avere come stella polare la qualità del servizio essenziale e non certo il recupero dei suoi costi. Anche questo sarebbe un modo come un altro per immettere più moneta nell’economia reale attuando politiche espansive.

Al contrario privatizzando la tariffa diventa immediatamente uguale al costo del servizio maggiorata dei profitti dell’investitore privato generosamente beneficiato dall’amministrazione.

Il danno per i cittadini e il conseguente indebito arricchimento dei privati sono dunque la conseguenza certa ed innegabile di ogni privatizzazione di un servizio pubblico essenziale in regime di monopolio.

Visto che tutto ciò è un danno per la collettività occorrerà recuperare quanto già privatizzando oltre a fermare follie, peraltro costituenti reato, come la fusione IREN-AMIU.

Ai genovesi, sia detto chiaramente, costerebbe meno aumentare la Tari per coprire i debiti di AMIU oggi che non affidarsi ai privati, aumentando i costi per sempre e arrivando complessivamente a spendere ovviamente per il servizio molto di più.

La verità è che le aziende partecipate e dunque anche la stessa AMT sono state gestite male, i CdA vanno azzerati e servono piani industriali, anche qui senza limiti di investimento pubblico, trattandosi di servizi irrinunciabili per la collettività.

Si dovrà tornare alla gestione integralmente comunale di questi servizi riposizionandoli, anche fisicamente, all’interno degli uffici comunali. Altro che aziende… termine che di per sé evoca l’idea di dover tendere al profitto anche erogando un servizio essenziale.

Chiaramente ogni intervento sulle partecipate sarà impossibile se non si vincerà la battaglia contro il patto di stabilità interno, questo i lavoratori lo devono aver chiaro da subito. La battaglia è molto più ampia di quella sino ad oggi svolta e verte sulla sconfitta della dittatura finanziaria che ha imposto all’Italia l’austerità.

Forse sarà un filo più semplice la situazione per AMT che potrebbe avere margini anche da una minor evasione tariffaria possibile semplicemente conferendo ai controllori poteri di P.G. che oggi non hanno più. Parificandoli alle forze dell’ordine avrebbero pari poteri alle stesse, ovviamente tale azione è possibile solo a livello nazionale attraverso un legge dello Stato che Riscossa Italia scriverà nei prossimi giorni e depositerà per tramite i propri Senatori.

AMT avrebbe anche bisogno di tornare a gestire direttamente le manutenzioni dei mezzi con le proprie officine, ma d’altronde le politiche dei tagli servivano proprio a determinare inefficienze e malfunzionamento dei servizi per portarli nelle mani dei privati, con un preciso disegno.

Merita menzione anche la situazione di Aster che andrebbe potenziata. Sarebbe straordinario, sempre dopo essersi liberati dai vincoli di bilancio, che le amministrazioni pubbliche si occupassero direttamente di appalti di ogni genere e specie assumendo personale interno anziché rivolgersi ad imprese private. Sarebbe anche la fine della corruzione che ovviamente non potrebbe avvenire in assenza di contatto tra pubblico e privato, benché ribadiamolo la corruzione non ha alcun collegamento con la crisi economica. Sarebbe la fine anche dei ritardi di intervento dovuti alle demenziali gare d’appalto a ribasso. Il Comune dovrebbe arrivare direttamente ad avere un ufficio, con relativo personale, che si occupa di svolgere le opere pubbliche necessarie alle città.

Questo sarebbe un Comune normale in uno Stato normale.

Riscattando la nostra sovranità tutto tornerà possibile. Gli stipendi ai lavoratori così assunti aumenterebbero direttamente i consumi agendo sulla domanda interna determinando la ripartenza del settore privato, anche dello stesso settore edile privato che sarebbe enormemente avvantaggiato da una simile linea.

In ogni caso, anche non si arrivasse a tutto questo, ci si impegna a far si che ogni appalto dell’amministrazione di Riscossa sia assegnato esclusivamente ad imprese site nel Comune di Genova, le norme che dispongono il contrario saranno ignorate ed impugnate.

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Punto 9 – Ritorno al numero chiuso per le le licenze relative alle attività commerciali da fissarsi per ogni settore merceologico sulla base della domanda di quel particolare bene o servizio.

Il liberismo è il male assoluto della nostra società. Senza uno Stato che disciplini, coordini e controlli l’economia la ricchezza si accentra nelle mani di pochi, l’interesse pubblico soccombe e si ritorna ai tristi fantasmi del passato e a quelle guerre mondiali che il liberismo causò.

Sono i nostri padri costituenti a spiegarci perché si scelse, nel nostro modello economico costituzionale di mettere al bando il liberismo, causa anche dell’avvento di fascismo e nazismo, che furono semplicemente la risposta, sbagliatissima, ad un problema.

L’art. 41 Cost. riconosce l’iniziativa privata, ma la subordina all’interesse pubblico. Ogni iniziativa privata dunque può essere fermata qualora necessario. La stessa proprietà nel modello costituzionale ha una funzione sociale, al fine di renderla accessibile a tutti. Ergo i grandi accentramenti di proprietà sono vietati e per grandi accentramenti si intendono le note multinazionali le quali andrebbero spacchettate attraverso l’uso di altra norma costituzionale, l’art. 43 Cost. che dispone la facoltà di esproprio a fini di interesse pubblico e salvo indennizzo.

Si parla di interventi che nulla afferiscono alla piccola e media impresa, ma riguardano appunto i grandissimi gruppi, specie quelli sovranazionali che ormai impongono ai governi le proprie scelte.

Aldo Moro affermava durante l’assemblea costituente: “è effettivamente insostenibile la concezione liberale in materia economica, in quanto vi è necessità di un controllo in funzione dell’ordinamento più completo dell’economia mondiale, anche e soprattutto per raggiungere il maggiore benessere possibile. Quando si dice controllo della economia, non si intende però che lo Stato debba essere gestore di tutte le attività economiche, ma ci si riferisce allo Stato nella complessità dei suoi poteri e quindi in gran parte allo Stato che non esclude le iniziative individuali, ma le coordina, le disciplina e le orienta”.

La Pira parimenti affermava: “l’attuale situazione di fatto, nella quale esistono larghe crisi periodiche di disoccupazione mentre non è attuata una effettiva e consapevole partecipazione della massa lavoratrice al meccanismo produttivo, sorge il problema: l’ordinamento economico liberale, che ha creato questi due fatti, ha una virtù interna tale da poterli superare? La risposta non può essere che negativa.

Di qui la domanda: qual è lo strumento economico nuovo e quindi la nuova struttura economica capace di superare questi due fatti? Respinto l’ordinamento liberale, occorre creare una struttura economica nuova, la quale realizzi quella dignità della persona umana sulla quale tutti sono d’accordo”.

Si deve citare anche Dossetti: un controllo sociale della vita economica, da realizzarsi attraverso certe strutture che dovranno essere più analiticamente esaminate, sia una necessità assoluta alla quale non ci si possa in alcuna maniera sottrarre, una necessità imposta dalla vita.

Crede indispensabile, al fine di temperare e ridurre gli egoismi, l’affermazione di questa direttiva fondamentale”.

Infine rimarchiamo il monito di Gustavo Ghidini, anch’esso redattore della parte economica della nostra Costituzione, e la sua profonda analisi sulle cause della seconda guerra mondiale: “Se si lascia libero sfogo alla legge della libera concorrenza e alla libera iniziativa animata solo dal fine del profitto personale, si arriva pur sempre al super capitalismo e così a quelle conseguenze (omissis…) fra le quali primeggia la guerra tremenda che fu la rovina di tanti popoli (omissis…).

Ci sono limiti, perché non si vuole che si formino delle grandi concentrazioni di proprietà che sottraggono all’iniziativa privata grandi strati di produttori e costituiscono a un tempo delle potenze economiche tali che, se anche potessero condurre ad un grado di produttività più elevato, portano altresì a quella potenza politica che, non avendo altro intento che il vantaggio patrimoniale privato, disconosce e travolge gli interessi materiali, morali e politici della collettività scatenando quelle conflagrazioni che ci hanno portato alla miseria attuale.

Noi invece vogliamo che la proprietà si conformi alla sua funzione sociale”

Ebbene, fermo restando che i principali interventi in merito andrebbero fatti a livello statale, un Comune può comunque fare molto, tornando a regolamentare le licenze e stoppando la grande distribuzione, anche quella esistente attraverso la leva fiscale, come si dirà infra.

Regolamentare le licenze commerciali significa tornare al numero chiuso delle stesse in base alla necessità di beni e servizi sul territorio.La competizione in un’economia che non fa politiche espansive ha infatti effetti devastanti: se la torta è troppo piccola, aumentare il numero dei pretendenti, crea solo maggiore povertà e disperazione.

Ingrandire la torta è compito dello Stato con le necessarie politiche espansive, non impoverire ulteriormente le città è compito dei sindaci.

L’obiezione al regolamento che faremo nel primo mese dall’insediamento della giunta di Riscossa Italia è che le leggi dello Stato impongono la liberalizzazione (Prodi prima e Bersani poi ne furono gli autori).

Ebbene le leggi che deregolamentano il settore sono incostituzionali per palese violazione degli artt. 41 e 42 Cost. Ergo il Comune adotterà il proprio regolamento ed in caso di impugnazioni al diniego di licenze solleverà davanti al Giudice Amministrativo l’eccezione d’incostituzionalità della difforme normativa di Stato.

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Punto 10 – Riassetto del sistema tributario comunale per improntarlo a criteri di progressività, aumento della tassazione sulla grande distribuzione al fine di allontanarla finalmente da Genova. Impediamo alle multinazionali di proseguire il saccheggio della città.

Attualmente un Comune tassa più di quanto spende, conseguentemente un Sindaco è come già detto un mero commissario liquidatore dei beni pubblici.

Specificatamente per l’effetto dell’austerity e dei vincoli di bilancio calano sia le entrate che le uscite comunali, ma ovviamente queste ultime calano progressivamente più delle entrate.

Ferma la battaglia “sistemica” che consentirebbe il ritorno a politiche espansive, con conseguente ritorno anche a massicce politiche di assunzioni nel pubblico oggi fortemente sottodimensionato (volete più sicurezza, decoro e civiltà? Anche banalmente più vigili sul territorio aiuterebbero), restano comunque piccoli interventi che potrebbero contribuire a redistribuire meglio la poca ricchezza ancora esistente in città.

Colpire finanza e grande distruzione sarà certamente la prima cosa da fare per recuperare risorse e contrastare gli eccessivi accentramenti di ricchezza. Ciò avverrà con un’imposta ad hoc sia sui redditi, sia sui beni immobili e mobili e ciò nel rispetto degli inderogabili doveri di solidarietà politica economica e sociale di cui all’art. 2 Cost.

Il tributo, legittimo anche ex art. 119 Cost., che assumerà il nome di “tassa comunale di solidarietà” colpirà i grandi gruppi finanziari e la grande distribuzione. Nessuna impresa, anche medio-grande, dovrà considerasi minacciata da tale azione, ma anzi ne trarrà beneficio. Si colpiranno infatti solamente banche, assicurazioni, finanziarie e la grande distribuzione presente sul territorio del Comune.

Infine tasse di scopo potrebbero inoltre certamente essere introdotte per tamponare le emergenze e garantire i diritti fondamentali, ma ovviamente tale scelta sarà davvero l’ultima spiaggia per Riscossa Italia e solo in caso di sconfitta nelle battaglie giudiziarie contro il patto di stabilità interno indicate nel programma, dunque solo laddove un commissario prefettizio imponesse la sua volontà e la vertenza fosse persa si valuterebbe questa ipotesi al solo fine di tutelare i più deboli.

Il Comune dovrà poi modulare l’attività di riscossione personalizzando le eventuali rateizzazioni in funzione delle reale esigenze dei cittadini, senza vincoli tassativi, ma solo secondo buon senso. A chi è in comprovata difficoltà economica e dunque rientra nell’ambito di applicazione dell’art. 38 Cost., i tributi non corrisposti saranno integralmente condonati. Chi non lavora e non ha risorse per vivere ha capacità contributiva pari a zero.

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Completamente inutile affrontare altri temi nel programma. Genova, come gli altri comuni italiani, è sotto l’occupazione di un nemico invisibile ai più, costituito dai grandi gruppi del capitale internazionale. Pensare a dove posizionare la nuova panchina del parco mentre la città viene bombardata suona addirittura ridicolo.

Finché saremo schiavi nulla potrà essere realizzato, oggi l’unico programma possibile è quello di ottenere la liberazione. Il resto è pura sopravvivenza nell’emergenza. Dopo si tornerà alla normalità e alle vecchie campagne amministrative, in cui si parlava davvero di come rendere più belle le nostre città. Ma allora eravamo uno Stato normale…

Potrei apparire il più rivoluzionario tra i candidati a sindaco di Genova, ma in realtà sono il più “restauratore”: voglio infatti ripristinare la Costituzione e riconsegnarla nelle vostre mani per dare ai nostri figli la speranza di un futuro migliore.

 

Marco Mori

(Riscossa Italia)

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autore de “Il tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea” disponibile on line su ibs.