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dic 20

La Corte Costituzionale pugnala (ma non a morte) la follia del pareggio in bilancio.

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Il 16 dicembre la Corte Costituzionale ha pubblicato una sentenza davvero stupefacente, che limita decisamente l’odioso vincolo del pareggio in bilancio finalmente subordinandolo, nei fatti, ai diritti inviolabili.

Ne ha parlato ieri il Collega Giuseppe Palma in questo pezzo, pubblicato da Economia Democratica, che vi trascrivo: 

“Il collega e amico Avv. Marco Mori, sempre molto vigile sull’operato della Consulta (è stato il primo ad avvertire il pericolo per l’elezione in Corte di uno come Barbera), mi ha prontamente avvisato del deposito, nella giornata di ieri, della Sentenza della Corte Costituzionale n. 275/2016, sentenza che ci ha sorpreso tutti.

Oggetto della pronuncia è il rapporto tra equilibrio di bilancio (art. 81 Cost.) e le garanzie minime per rendere effettivo il diritto allo studio e all’educazione degli alunni disabili.

Questo è quanto sancisce la Corte nella Sentenza: “Non può nemmeno essere condiviso l’argomento secondo cui, ove la disposizione impugnata non contenesse il limite delle somme iscritte in bilancio, la norma violerebbe l’art. 81 Cost. per carenza di copertura finanziaria. 
A parte il fatto che, una volta normativamente identificato, il nucleo invalicabile di garanzie minime per rendere effettivo il diritto allo studio e all’educazione degli alunni disabili non può essere finanziariamente condizionato in termini assoluti e generali, è di tutta evidenza che la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio di bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia confinatrice. 
È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.

In pratica, per dirla con parole semplici, la Corte sancisce che non sono i diritti (in questo caso definiti “incomprimibili”) a doversi adeguare alla regola dell’equilibrio di bilancio, bensì è quest’ultimo che deve conformarsi alla doverosa erogazione di tali diritti. 
In parole povere, sono anzitutto i diritti a dover essere garantiti (soprattutto se “incomprimibili”), a prescindere dall’equilibrio di bilancio, che alla doverosa erogazione di tali diritti deve conformarsi.

Un primo bello schiaffone alla folle costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio! Non è sufficiente per debellare il crimine di aver inserito il pareggio di bilancio in Costituzione, ma è un primo passo molto importante!

Mi auguro che la Consulta giunga, il prima possibile, a dichiarare anche l’incostituzionalità della legge costituzionale n. 1/2012 (che introdusse in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio) per palese violazione dei principi inderogabili della Costituzione primigenia.

Ma dovrebbe essere la politica, quindi il Parlamento (senza aspettare la Corte), a dover provvedere al più presto ad una revisione costituzionale che abroghi il vincolo del pareggio di bilancio inserito in Costituzione nel 2012.

Per questo sto scrivendo, come “suggeritore” della politica, un mio progetto di revisione costituzionale che prevede l’abrogazione del pareggio di bilancio e la costituzionalizzazione dei contro-limiti, oltre ad altre interessanti disposizioni che tutelano concretamente l’interesse nazionale contro il mostro anti-democratico della produzione normativa europea”.

In sostanza quindi, se è vero come vero, che la sentenza non ha abrogato il pareggio in bilancio, ma lo ha subordinato al rispetto dei principi fondamentali anche laddove essi comportino il sostenimento di spese, siamo comunque in presenza di un fatto molto importante. In primo luogo la difesa dell’Avvocatura di Stato era diretta a paralizzare un diritto inalienabile previsto dall’art. 38 Cost. in virtù del pareggio, ritenendo che la Corte non potesse entrare sul punto. Essendo le risorse economiche limitate, l’Avvocatura pretendeva che il legislatore facesse scelte, comprimendo anche i diritti fondamentali quando “mancano i soldi”. Trattavasi della solita tesi ignorante che vede nella moneta una risorsa limitata.

La Corte ha invece ritenuto, ed è questa la novità, di essere legittimata a sindacare il bilancio dovendo lo stesso rispettare delle priorità, ovvero i diritti inalienabili, che anche laddove comportino erogazioni economiche, restano comunque incomprimibili. Certo la Corte non ha detto chiaramente che il bilancio non ha alcun un limite precostituito, questo purtroppo ancora no, ma indubbiamente ha messo i cittadini in condizioni di difendere ogni diritto fondamentale pretendendone la tutela anche di fronte a difficoltà di cassa.

L’applicazione del principio si può estendere a tutto e dunque anche ad esempio a quei disoccupati involontari privi di tutele economiche, oppure agli autonomi che hanno subito il fallimento dell’azienda, fino alle pensioni in quella sentenza che fu criticata proprio da Barbera per non aver tenuto conto della regola “aurea” del pareggio in bilancio. La pronuncia è quindi anche estensibile alla salute, all’istruzione e in generale ad ogni diritto della parte I, appunto ai diritti incomprimibili.

La piena tutela di tali diritti, tra cui anche la piena occupazione, è dunque nei fatti già in grado di travolgere il pareggio in bilancio. Ciò non avviene in linea generale, ma è chiaro che difendendo diritto dopo diritto, riconoscendo la loro natura inderogabile, non si potrebbe che giungere alla conclusione che il deficit è necessario, pena la non attuazione dei diritti fondamentali.

Forse inconsciamente la Corte Costituzionale ha dunque posto le basi per sferrare un colpo letale alla finanza internazionale, colpo che la massima riportata dall’amico Giuseppe Palma evidenza in tutta la sua ferocia: dire che è il bilancio che deve adeguarsi ai diritti incomprimibili infatti fa prefigurare, quasi come un obbligo, la necessità di un ritorno alla sovranità monetaria.

Avv. Marco Mori – Riscossa Italia, autore de “Il tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea” disponibile on line su ibs