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dic 14

Caro Di Battista, come si può parlare di difesa della sovranità e dire che si vuole rimanere in UE?

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Una recente intervista rilasciata da Alessandro Di Battista, e riportata da vari quotidiani, mi ha lasciato davvero l’amaro in bocca. Come se già non bastasse essere nella condizione di avere il quarto governo consecutivo imposto contro la volontà popolare al fine di servire la grande finanza internazionale. Ma ovviamente la legislatura finirà e dunque, sapendo che con ogni probabilità il prossimo governo sarà targato cinque stelle, conta (e molto) capire cosa faranno e se davvero potranno,  come tutti speriamo, salvare il Paese.

Ultimamente, specie durante la campagna referendaria, Di Battista mi era sinceramente piaciuto. Aveva parlato molto di sovranità, anche monetaria, di difesa della Costituzione, a cui ha contribuito attivamente, e lotta alle oligarchie finanziarie. Avevo notato una differenza sostanziale con il comportamento di Di Maio, che mesi sono, aveva pure incontrato esponenti della Commissione Trilaterale, seppur sotto mentite spoglie, ed è solito dire molte sciocchezze sulle vere ragioni della crisi economica.

Ma veniamo alle dichiarazioni di Di Battista. Alla domanda “ha cambiato atteggiamento sull’euro?”, ha risposto: euro e Europa non sono la stessa cosa, noi vogliamo solo che siano gli italiani a decidere sulla moneta“.

Non funziona affatto così. Euro ed UE non sono due cose distinte. L’UE è un ordinamento giuridico diretto a creare le condizioni per cui si affermi in Europa l’ideologia neoliberista, cancellando gli Stati nazionali. L’euro è semplicemente lo strumento con cui il regime neoliberista crea le crisi che poi sono utilizzate per imporre scelte politiche, che in assenza di emergenza, mai sarebbero approvate. Si veda la distruzione passo dopo passo dei diritti dei lavoratori e delle tutele sociali in generale, o ad esempio le privatizzazioni generalizzate che si vogliono attuare. O si veda anche il più recente tentativo di subordinare la Costituzione alla governance economica europea.

L’Unione Europea è poi irriformabile, essendo irrimediabilmente marchiata dai suoi trattati fondativi, che nei fatti escludono che sia possibile modificarla democraticamente. È un ordinamento pensato solo per garantire al grande capitale sempre più potere. Inoltre, visto che Di Battista parla di sovranità, dovrebbe sapere che essa è irrimediabilmente ceduta a favore di Bruxelles anche rimanendo fuori dall’euro. L’art. 3 tfue parla chiaro circa le materie in cui l’Italia ha perso ogni indipendenza e dunque nelle quali gli Italiani non contano più nulla. Se a Di Battista, come credo, è davvero cara la possibilità degli italiani di scegliere, allora dovrebbe capire questo concetto fondamentale. 

Sull’euro poi, parlare di referendum, è semplice follia. È come se i partigiani, per combattere contro l’occupazione nazi-fascista, avessero chiesto un voto al Paese per avere il preventivo permesso. Da una criminale aggressione alla nostra Nazione si esce d’imperio, con la legittimazione che scaturisce dalle urne e da un programma chiaro in tale senso.

Il referendum, anche se tecnicamente possibile nella forma consultiva e non vincolante, ci esporrebbe per mesi al ricatto dei mercati. Un Paese che non ha sovranità monetaria non è in condizione di gestire questa situazione, non avendo alcun reale modo di opporsi ai mercati che di fatto detengono la sovranità che abbiamo perduto. Al contrario, uno Stato sovrano ha il potere d’imperio assoluto sul proprio territorio, è Dio in terra, un Dio che non può fallire per ragioni di diritto commerciale, perché la sua solvibilità per definizione è infinita. Chi crea moneta è un soggetto che non può fallire per ragioni di diritto commerciale. 

Di Maio, in un colloquio con me, mesi fa, mi obiettò che anche senza referendum i mercati ci avrebbero aggredito durante la campagna elettorale e che dunque, se mettessero in programma l’uscita, la situazione sarebbe in ogni caso analoga. L’attacco speculativo avverrebbe semplicemente prima, anziché dopo.

Questo non è vero, la campagna elettorale durerebbe in ogni caso meno di una campagna a cui segue anche un referendum, è ovvio. Inoltre, finché i cittadini non voteranno per le politiche, i mercati sarebbero certamente turbolenti, tenterebbero di influenzare il voto, ma sicuramente le banche resterebbero aperte. La BCE non oserebbe mai chiudere i rubinetti durante la campagna elettorale per la sola paura che vinca un movimento no euro. Il problema sussisterebbe ovviamente dal secondo dopo in cui la vittoria del movimento diventasse ufficiale, ma a quel punto infatti non si deve perdere tempo con referendum, ma si devono avere già le idee chiarissime (ed i piani pronti, soprattutto sotto il profilo industriale) per procedere con la rapida uscita dalla gabbia europea. Il nostro nemico si può battere con le leve di sovranità normali che uno Stato ha a disposizione, ma bisogna arrivare preparati a quel momento.

E questo ragionamento consente di entrare nel tema che afferisce alla seconda parte dell’intervista rilasciata da Di Battista, dove dimostra un’assenza di comprensione che non avrei mai pensato di trovare ancora in lui, e che risulta francamente eccessiva se si vuole salvare il Paese. In sostanza ha parlato come parla usualmente un esponente medio del PD.

Ecco le domande e le risposte:

“Quali interessi degli italiani sente di rappresentare, soprattutto in relazione all’esigenza di una crescita economica?”.

“Noi diamo la precedenza alle piccole e medie imprese. Intervenendo in questo ambito la ripresa è assicurata. L’imposizione fiscale deve diminuire. Servono istituti finanziari pubblici che consentano investimenti a favore di queste imprese e il reddito di cittadinanza”.

E fin qui ci siamo. Ma alla domanda “come finanziare tutto questo tenendo conto del debito pubblico?”, Di Battista frana clamorosamente ed afferma:

Con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno. Variando i termini di prescrizione, che interrompono migliaia di processi. Ai politici corrotti va impedito di ricandidarsi. Tutto questo porta denaro nelle casse dello Stato: la corruzione triplica i costi delle opere pubbliche.

Davvero sconfortante. In primo luogo omette di ricordare che il debito pubblico di uno Stato sovrano non è un problema e che esso è la ricchezza dei cittadini. Non è il debito di un qualsiasi privato, è il debito sovrano, ovvero il nostro risparmio costituzionalmente obbligato e tutelato (ex art. 47).

In sostanza, ripetiamolo per l’ennesima volta, nell’economia non esiste un soldo in più di quanti ne sono stati creati (ovviamente dal nulla), i soldi non crescono nei campi! Dunque lo Stato li deve creare direttamente oppure deve emettere obbligazioni da vendere sui mercati o da far acquistare alla sua banca centrale (così avveniva quando avevamo piana sovranità, ovvero fino al divorzio Tesoro-Banca Italia del 1981).

Qualsiasi scelta compia lo Stato, esso immette la moneta creata, quella ottenuta dalla propria banca o quella che ottiene dai mercati, solo con la spesa pubblica. Se lo Stato vuole lasciarci un risparmio reale, a fine dell’esercizio dovrà tassare meno di quanto spende, ovvero fare deficit. Ecco che cos’è il debito pubblico, esso è un problema solo per gli Stati indebitati in una moneta straniera, ma divenire tali è una scelta che può essere compiuta sempre e solo o da ignoranti o da criminali che lavorano contro gli interessi nazionali.

La lotta alla corruzione poi, in nessun caso, neppure se manca la sovranità monetaria, può creare maggior denaro per la comunità. Parlare di recuperare 60 miliardi da essa, equivale ad invocare un miracolo degno di Gesù. Che cosa sarebbe, infatti? La moltiplicazione dei pani e dei pesci?

Se “recuperi” 60 miliardi dalla corruzione, togli comunque quei soldi dall’economia reale. E anche se lo Stato li rispendesse tutti attraverso la spesa pubblica o riducendo le imposte (cosa che con le regole attuali non farebbe mai) restituirebbe unicamente all’economia reale la medesima somma che c’era già prima. La moneta magari arriverebbe in altre mani, ma neppure è detto che questa redistribuzione, pur moralmente giusta, avrebbe effetti macroeconomici positivi. Non è detto, ad esempio, che un criminale abbia infatti una propensione al risparmio maggiore di uno che ha guadagnato i propri soldi lecitamente. Non ci sono prove di differenze macroeconomiche sul punto, anzi potrebbe essere addirittura possibile che l’onesto risparmi di più e tolga più soldi dalla circolazione del disonesto, non vi è prova che la moneta aumenterebbe la sua velocità di circolazione, che è l’unico aspetto che potrebbe dare un vantaggio macroeconomico in questo caso.

Inoltre, se ci pensate, tutti i soldi che avete in tasca sono passati anche da svariate attività illecite nelle transazioni da persona a a persona Nonostante ciò esistono ancora e voi infatti li avete in tasca! Ma guarda un po‘…

D’altronde se così non fosse perché non puntare il dito anche sulle rapine, sui furti o sulle truffe? O in generale su qualsiasi altro reato contro il patrimonio? La risposta è facile: perché il regime ha usato la corruzione in quanto essa è una transazione illecita tra pubblico e privato, ergo demonizzando gli effetti economici di questo reato, che invece equivalgono a quelli di ogni altro, si arriva a demonizzare lo Stato stesso, che è proprio ciò che vogliono togliere di mezzo. Se lo Stato passa per inefficiente e mangione, la finanza ottiene il consenso popolare al suo smantellamento, prendendo sempre più mercati e sempre più potere. Alla fine del processo la corruzione sarà debellata, perché quando tutto è privatizzato, le tangenti resteranno, essendo insite nella natura umana e in questo modello economico, ma diventeranno perfettamente lecite.

Analoghe considerazioni valgono sull’altrettanto bislacco discorso che Di Battista fa sull’evasione.

“Nella corruzione fa rientrare anche l’evasione fiscale?” domanda l’intervistatore.
“Sì. E per evasione fiscale noi intendiamo i grandi evasori”.

Anche qui si dimentica che la lotta all’evasione non moltiplica i soldi, benché la lotta alla grande evasione effettivamente può dare effetti macroeconomici positivi, se per grande evasione si intendono i gruppi d’affari internazionali, che per definizione spostano anche altrove i capitali via via rubati. Resta in ogni caso sempre persa l’occasione di spiegare al grande pubblico i problemi reali e più urgenti.

Ancora completamente fuori dalla realtà è poi la risposata di Di Battista alla successiva domanda in cui il giornalista chiede se la lotta all’evasione e alla corruzione basti da sola a risanare il Paese. La possibilità di rimediare alle sciocchezze dette e ricordare che occorre fare deficit per immettere nell’economia reale la quantità di moneta che manca, a causa di criminali politiche di austerità, viene così perduta.

Di Battista risponde:
No, vogliamo anche aumentare di parecchio le tasse sul gioco d’azzardo, centralizzare la spesa statale, realizzare opere pubbliche funzionali, di dimensioni ridotte rispetto all’Expo o all’Alta Velocità. Vogliamo ridurre i costi della politica, gli stipendi di tutti i parlamentari, anche degli amministratori regionali.

Neppure sulle opere pubbliche, utili per fare spesa a deficit, Di Battista è chiaro. Nel suo discorso in sostanza pare voler recuperare briciole per poi ridistribuirle tra chi non ha il pane. Come se aumentando le tasse si possa ottenere moneta “aggiuntiva”. Centralizzare la spesa poi è esattamente ciò che voleva fare il governo con la deforma della nostra Costituzione, fatto illecito perché in contrasto con il più ampio decentramento amministrativo nell’erogazione dei servizi, che la Costituzione prevede (art. 5).

Oggi il dato macroeconomico della deflazione certifica l’assenza di moneta nell’economia reale, assenza che richiede più spesa a deficit e non austerità.Dunque o Di Battista spiega queste cose e le attua, oppure potrà solo fare danni al timone di questo Paese.

Se questa sarà la politica del movimento ci troveremo nella stessa condizione di oggi, sarà come avere Renzi, Alfano e Verdini. Ed al grido onestà, nonostante una guida apparentemente più simpatica e spero almeno in buona fede, l’Italia affonderà comunque e starà poi a noi risollevarla, e la storia ci scampi da questo compito ingrato.

Avv. Marco Mori – Riscossa Italia – autore de “Il tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea”, disponibile on line su ibs