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Ott 23

Autonomia portami via… due riflessioni sulla farsa in Veneto e Lombardia

Autonomia portami via… qualche leghista oggi sognerebbe un’Italia così:

Fortunatamente oggi il Paese è ancora unito, malgrado l’aggressione che subisce quotidianamente a causa del vincolo esterno che Bruxelles ci impone a nome e per conto della finanza internazionale.

Proprio da qui partono le riflessioni sul referendum per una maggiore autonomia che ieri si è svolto in Lombardia e Veneto. Solo in quest’ultima regione l’affluenza è stata accettabile e ha dimostrato la sofferenza del Veneto, una delle aree più segnate dalla crisi economica. Tale sofferenza però non indirizza il dissenso nella giusta direzione. Autentici analfabeti funzionali (e sono buono sennò dovrei parlare di malafede), come Zaia, affermano che i problemi del Veneto dipendono dalla quota troppo alta di imposte pagate dai contribuenti della regione che finiscono a Roma. Fermo restando che ovviamente le politiche dei trasferimenti fiscali non sono soggette a spazi di autonomia costituzionalmente legittimi (per una rivolta in tal senso si può solo usare la forza), occorre rilevare come oggi certa propaganda suoni tragicamente bene e trovi terreno fertile nell’ignoranza diffusa e indotta.

Tuttavia la realtà è ben diversa, non è da Roma che derivano i problemi del Veneto. La crisi non è una questione di efficienza della spesa pubblica, non è questione di Veneto virtuoso e di Roma ladrona, non è questione di sprechi. Il centro del problema è la quantità complessiva di moneta immessa con la spesa pubblica valutata avuto riguardo al differenziale con il peso fiscale. Mi spiego.

Ciò che ci impoverisce oggi sono le politiche di avanzo primario, ovvero il fatto che lo Stato ogni anno tassi più di quanto spende. Siccome la moneta non cresce nei campi, se lo Stato ci toglie più di quanto entra con la spesa pubblica la differenza non può che venire dalle nostre tasche. Il problema del Veneto, della Lombardia, nonché dell’Italia tutta è che lo Stato tassa più di quanto spende. Non conta come si spende, perché la moneta spesa male circola in ogni caso nell’economia, la moneta spesa male è comunque nel vostro portafoglio. Conta che nel complesso ci tolgono sempre qualcosa, tale schema va avanti senza soluzione di continuità da oltre vent’anni. Quando un cittadino si arrabbia per la pressione fiscale valuta un dato che di per se è totalmente sterile.

Se anche le tasse fossero al 5% ma si proseguisse con politiche di avanzo primario, salvi i vantaggi su investimenti esteri (ma non voglio complicarvi il discorso), comunque noi continueremo ad impoverirci. Sempre perché la moneta non si trova nei campi!

Al contrario con tasse al 90% ma uno Stato che spende più di quanto raccoglie con esse la ricchezza complessiva aumenterebbe. Quello che ci deve interessare è dunque il differenziale tra le poste dare/avere. Ma la il segno più nelle nostre tasche è dato dalla tanta odiata spesa pubblica, essa non è un debito ma il nostro credito!

Ora chi ci chiede di fare sempre avanzo? Roma? Assolutamente no, Roma è un mero esecutore del vincolo esterno. Le politiche di avanzo primario dipendono da Bruxelles e sono imposte dai Trattati Europei che, ad esempio, proprio Zaia e Maroni tanto apprezzano. E allora che diamine serve dire che si è fatto un referendum per una maggiore autonomia, soprattutto fiscale, quando il problema è insito nelle regole dell’euro che il Veneto continuerà ad utilizzare? Non serve a nulla, serve solo a finanziare con soldi pubblici, distraendoli da voci di spesa più utili al cittadino, una demenziale campagna elettorale.

Apprezzerei il Veneto e la Lombardia solo se rivendicassero un’indispensabile sovranità monetaria, benché una regione giuridicamente non possa ottenere autonomia in tale senso. Invece il referendum è sembrato di più uno straordinario sfoggio di ignoranza da parte di tutti i coinvolti e una presa per i fondelli clamorosa a danno del popolo ex sovrano.

Un’ultima osservazione per chi ha fatto poi coincidere, magari a fini elettorali, una richiesta di autonomia ad una d’indipendenza. Osservazione per chi dunque sogna un’Italia come quella della cartina sopra esposta. L’indipendenza di una regione dall’Italia è costituzionalmente impossibile e penalmente rilevante, ergo non può essere attuata pacificamente.

Questo significa che per ottenerla bisogna sconfiggere, secondo la normale dinamica dei rapporti di forza, uno Stato. Chi invoca l’indipendenza sappia dunque che nei fatti spinge il Paese verso una guerra civile, che alla fine altro non sarebbe che l’ennesimo favore al potere economico e finanziario che potrebbe conservarsi e ritornare a guerra finita ad operare come se nulla fosse accaduto. Peraltro è agevole notare come la frammentazione in micro-stati aiuti le multinazionali a preservare il loro potere visto che attenua i normali effetti del pieno esercizio della sovranità nazionale, esattamente come avviene con il federalismo, guarda caso altro cavallo di battaglia di certi analfabeti funzionali. Federalismo che sempre non a caso è amato prevalentemente dai fautori del neoliberismo e teorizzato come arma contro l’ingerenza degli Stati in economia, niente di meno, che da Friedrich Von Hayek.

Per chi dice che negare l’indipendenza è una forma di negazione della democrazia di cui mi vanto di essere uno dei rari difensori, ricordo che il patto sociale per funzionare, perché crei ordine e non caos, per definizione limita la sovranità dentro confini che ad un certo punto della storia, normalmente sempre dopo un conflitto purtroppo, una società ha accettato come base per la sua pacificazione. L’indivisibilità e unità della Repubblica sono uno di questi paletti.

Se l’unità nazionale fosse messa in discussione ogni volta che una decisione non è gradita ad una singola parte del territorio sarebbe il caos. Ma non cercate le ragioni di tale caos nel fatto che la democrazia italiani sia imperfetta, siamo noi ad essere imperfetti ed allora servono compromessi per rimediare a questa imperfezione. Lo Stato deve contemperare gli egoismi umani in cui rientrano anche gli egoismi locali.

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Avv. Marco Mori, autore de “Il tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea” disponibile su ibs.