Mar 20

Democrazia e Trattati europei, quale futuro? -VIDEO-

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Domenica 22 marzo 2015 interverrò a Cecina con il Dott. Filippo Abate per la ME-MMT al fine di tornare nuovamente su quella che è senza alcun dubbio la tematica più importante di questo momento storico: ovvero il rapporto tra Trattati UE e democrazia costituzionale.

L’Europa sta letteralmente radendo al suolo la nostra economia. Per comprendere appieno la situazione è necessario partire dalle cause dalle quali nasce la crisi economica, cause che si fondano sul tradimento della Carta Costituzionale compiuto con la stipula dei Trattati UE. Abbiamo due tipi di ragionamento da portare avanti quando si analizza la compatibilità tra Trattati UE e Costituzione.

Il primo è ovviamente la stessa legittimazione all’ingresso dei Trattati nel nostro ordinamento, il secondo è di puro merito. Ovvero superata la pregiudiziale è necessario valutare anche se il modello economico codificato nei Trattati sia o meno compatibile con quello previsto nella nostra Costituzione. Entrambe le risposte sono ampiamente negative. I Trattati sono entrati nel nostro ordinamento attraverso le leggi di ratifica. Tali leggi di ratifica sono incostituzionali in quanto costituiscono cessioni non consentite di sovranità ed impongono, anche nel merito, un modello economico diametralmente opposto a quello previsto e voluto dai padri costituenti.

Per i meno informati blocco sul nascere la più classica delle obiezioni. Ovvero quella che, in base all’art. 10 Cost., i Trattati sarebbero sovraordinati alla nostra Costituzione. Ciò è falso.

I Trattati sono subordinati ai diritti inviolabili dell’uomo ed ai principi fondamentali della nostra carta fondamentale.

Questo è stato da ultimo ribadito dalla Corte Costituzionale anche con la recentissima sentenza n. 238/2014, molto specifica in materia di “controlimiti”.

La Corte ha elegantemente affermato:Non v’è dubbio, infatti, ed è stato confermato a più riprese da questa Corte, che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscano un «limite all’ingresso[…] delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, primo comma della Costituzione»(sentenze n. 48 del 1979 e n. 73 del 2001) ed operino quali “controlimiti” all’ingresso delle norme dell’Unione europea (ex plurimis: sentenze n. 183 del 1973, n.170 del 1984, n. 232 del 1989, n. 168 del 1991, n. 284 del 2007), oltre che come limiti all’ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato (sentenze n. 18 del 1982, n. 32, n. 31 e n. 30 del 1971). Essi rappresentano, in altri termini, gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale (artt. 138 e 139 Cost.: così nella sentenza n. 1146 del 1988).

Ed ancora: “Anche in una prospettiva di realizzazione dell’obiettivo del mantenimento di buoni rapporti internazionali, ispirati ai principi di pace e giustizia, in vista dei quali l’Italia consente a limitazioni di sovranità (art. 11 Cost.), il limite che segna l’apertura dell’ordinamento italiano all’ordinamento internazionale e sovranazionale (artt. 10 ed 11 Cost.) è costituito, come questa Corte ha ripetutamente affermato (con riguardo all’art. 11 Cost.: sentenze n. 284 del 2007, n. 168 del 1991, n. 232 del 1989, n. 170 del 1984, n. 183 del 1973; con riguardo all’art. 10, primo comma, Cost.: sentenze n. 73 del 2001, n. 15 del 1996 e n. 48 del 1979; anche sentenza n. 349 del 2007), dal rispetto dei principi fondamentali e dei diritti inviolabili dell’uomo, elementi identificativi dell’ordinamento costituzionale”.

Dunque non vi è dubbio che i Trattati debbano essere compatibili con la Costituzione ed in particolare con gli artt. da 1 a 12, oltre che con quelle stesse norme ubicate nella parte economica della Carta che, in diretta esecuzione di detti principi, costituiscono il cardine della stessa forma Repubblicana dello Stato. Tali principi, con buona pace di Matteo Renzi e del sistema bancario che rappresenta, non possono essere sottoposti a revisione costituzionale.

Ma torniamo a monte del problema, ovvero all’ingresso stesso dei Trattati nel nostro ordinamento. Perché affermo con assoluta certezza l’illegittimità delle cessioni di sovranità? Perché l’art. 1 Cost. recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Espressione della sovranità è chiaramente il diritto di voto che noi non esercitiamo in maniera libera, eguale e personale dal 2005, ovvero dall’avvento del porcellum legge da poco dichiarata incostituzionale (Con sentenza n. 1/2014). Ma ovviamente il diritto di voto, anche qualora svolto in maniera legale, non consente la piena realizzazione di quella sovranità popolare che la Costituzione prevede allorquando la sovranità è già stata previamente ceduta. La stessa Cassazione con sentenza n. 8878/14 ha certificato la greve alterazione della rappresentanza democratica nel nostro paese.

In merito ai limiti della sovranità occorre leggere invece l’art. 11 Cost.: “La Repubblica consente in condizioni di parità con gli altri Stati alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra i popoli”.

Orbene la Repubblica consente semplicemente le limitazioni e giammai le invocate ed attuate cessioni. Lapalissiano che cedere è cosa ben diversa dal limitare. Limitare significa chiaramente omettere di esercitare una prerogativa sovrana ma non consegnare quella prerogativa sovrana ad un soggetto terzo rispetto all’ordinamento italiano.

Un esempio: eliminare le barriere doganali costituisce pacificamente una mera limitazione. Far gestire le barriere doganali ad un ordinamento straniero comporterebbe invece una cessione.

Dunque sia chiaro, l’Italia non è alcun modo vincolata dal “Ce lo chiede l’Europa” laddove tale richiesta confligga con diritti fondamentali costituzionali, quali la sovranità ed il diritto al lavoro di ogni cittadino. Sono i nostri Governi ad essere proni all’Europa senza alcuna ragione e questo c’è lo dice la stessa commissione europea.

Come vedete in questa missiva la cessione di sovranità non viene in alcun modo negata:

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Fermo il divieto pacifico di cessioni, anche per le mere limitazioni la Costituzione pone comunque il vincolo delle condizioni di parità tra le nazioni (esistono oggi queste condizioni? Certamente no, basta solo pensare alle differenze con cui ogni Stato si finanzia, alle differenze nella bilancia dei pagamenti, alle differenze in tema di politica fiscale) ed il vincolo di scopo della limitazione finalizzata alla pace e la giustizia tra le nazioni che ovviamente nulla afferisce con un’unione monetaria ed economica. Peraltro un Trattato che si fonda, nel nome del liberismo assoluto, sulla forte competitività tra i consociati può dirsi informato agli inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale di cui all’art. 2 Cost.? La forte competitività favorisce la pace o il conflitto tra i popoli? Entrambe le risposte paiono evidenti, trattati e pace sono due concetti distanti anni luce fra loro.

Alcune cessioni e specificatamente quelle in materia monetaria ed economica hanno un riflesso diretto sulle attività di qualsiasi imprenditore in quanto sono proprio esse che hanno determinato la crisi economica in atto, crisi con la quale si cerca di ottenere un livello di sofferenza tale da smantellare definitivamente quel barlume di democrazia e di benessere che è rimasto nel paese.

Come sovente faccio vi riepilogo alcune delle principali norme che certificano le avvenute cessioni di sovranità compiute con i Trattati Europei. In merito alla materia monetaria si possono citare i seguenti articoli:

-Articolo 127 (versione consolidata TFUE)

(ex articolo 105 del TCE)

2. I compiti fondamentali da assolvere tramite il SEBC sono i seguenti:

definire e attuare la politica monetaria dell’Unione,

-Articolo 128 (versione consolidata TFUE)

(ex articolo 106 del TCE)

1. La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote.Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione.

Lo Stato dunque rinuncia a poter stampare direttamente, cosa che non faceva già precedentemente all’UEM (il divorzio del 1981 come ho già più volte trattato segnò la svolta); ma certamente quello che prima era solo una libera scelta su cui il popolo poteva sovranamente intervenire oggi è un’imposizione permanente.

-Articolo 130 TFUE

(ex articolo 108 del TCE)

Nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dai trattati e dallo statuto del SEBC e della BCE, né la Banca centrale europea né una banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’Unione, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni, gli organi e gli organismi dell’Unione nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti.

Ovvero si è codificata la dottrina dell’indipendenza della Banca Centrale che ovviamente non ha ragione di essere sotto il profilo logico.

Il senso dell’indipendenza è stato motivato con il presupposto che lo Stato potrebbe gestire male la proprietà della moneta. Invece un organo che non risponde allo Stato e dunque non risponde alla democrazia dovrebbe, per ragioni che sfuggono alla logica, fare gli interessi del popolo anziché i propri.

Tutto questo non ha senso. Se la moneta viene gestita male o fraudolentemente esistono leggi per punire i colpevoli, ma ciò non può giustificare lo smantellamento della democrazia.

Insomma è come se uno Stato, per vincere la criminalità sulle strade, invece che punire i colpevoli, imponesse ai cittadini il coprifuoco o ne sospendesse le libertà democratiche. Davvero senza alcuna logica.

In ogni caso la citata indipendenza è priva di legittimità giuridica in quanto si pone in insanabile contrasto con l’art. 47 Cost. che prevede che la Repubblica debba disciplinare, coordinare e controllare il credito. Oggi è vero il contrario.

Dal 2011 è BCE, come prova la famosa lettera che causò la caduta del governo Berlusconi, ad ordinare le politiche economiche ai Governi. BCE scrive l’agenda delle riforme!

-Articolo 123 (versione consolidata TFUE)

(ex articolo 101 del TCE)

1. Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “banche centrali nazionali”), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.

Norma questa che oltre ad essere prova di pacifica cessione di sovranità monetaria fa immediatamente comprendere quanto ridicolo ed inutile sia il QE. Esso aumenta unicamente la forza dei mercati e degli speculatori con danno, sempre maggiore, per l’economia reale che non vede un singolo centesimo della moneta emessa dalla Banca Centrale. Il QE dovrebbe andare a vantaggio degli Stati per abbassare pressione fiscale e sostenere la domanda interna con investimenti mirati da compiersi nell’economia reale. Questo accadrebbe se la Banca Centrale potesse acquistare le obbligazioni nazionali e lo Stato governasse autonomamente anche il suo deficit in conformità con l’art. 47 Cost. Ma ciò non avviene per la conseguente cessione della sovranità economica.

Le cessioni in materia economica poi completano il quadro e rappresentano la seconda faccia della moneta Euro. Così si crea una vera tenaglia che determina una recessione eterna per il paese. Le cessioni di sovranità economica si pongono in radicale contrasto sempre con l’art. 47 Cost. che impone alla Repubblica l’obbligo di tutelare il risparmio, tutela possibile solo tramite politiche di deficit.

Il protocollo n. 12 allegato al Trattato di Maastricht “Sulle procedure di disavanzo eccessivo” inaugura concetti tristemente noti, tra gli altri:

-il vincolo del 3%per il rapporto tra disavanzo pubblico e pil

-il vincolo del 60% nel rapporto fra debito pubblico e pil

Ovviamente già con tali criteri si verifica esattamente la cancellazione della tutela del risparmio visto che si costringe l’Italia a tassare più di quanto spende. Il limite del 3% del PIL è infatti superato dal semplice costo degli interessi sul debito pubblico. L’Italia infatti ha collezionato avanzi primari in serie in questi anni (ovvero ha avuto una spesa pubblica inferiore alle entrate fiscali) e la conseguenza di ciò non è stata vedere i propri conti in ordine ma esattamente l’opposto, l’Italia è morta di avanzo primario. Invece che favorire il risparmio, lo si cancella gradualmente abbassando di anno in anno la quantità di moneta presente nell’economia reale italiana.

Nel novembre 2011 il patto di stabilità e crescita viene inasprito con una serie di Regolamenti (il cui progenitore fu il Reg. 1466/97, peraltro mai applicato) meglio noti con i nomi di six Pack e two pack, dove si codificava proprio ciò che vedete avvenire oggi nel Parlamento italiano, ovvero il controllo esterno sulla legge di stabilità ad opera di Bruxelles. Inoltre i regolamenti citati hanno imposto l’applicazione del limite dello 0,5% (non ancora entrato in vigore) nel rapporto fra disavanzo e pil annuo (con il 3% avevamo già una crescita troppo vigorosa…) e l’obbligo di ridurre il debito di 1/20 l’anno fino ad arrivare ad un rapporto complessivo pari al 60% del PIL (oggi siamo ben oltre il 130%). Viene altresì applicato un semi automatismo sanzionatorio. La commissione applica le sanzioni agli Stati ed il Consiglio può solo respingerle con voto a maggioranza qualificata.

Il successivo Trattato sulla stabilità il coordinamento e la governance nell’unione economica e monetaria (cd. Fiscal Compact) ratificato con Legge LEGGE 23 luglio 2012, n. 114 non fa altro che ribadire tale disciplina prevedendo anche la raccomandazione per gli Stati di inserire, preferibilmente in Costituzione, il pareggio in bilancio, cosa che l’Italia ha immediatamente fatto con la vergognosa modifica dell’art. 81 Cost. del 2012.

In sostanza ciò che ci ha ucciso economicamente è il vincolo del 3% posto che l’Italia da vent’anni tassa più di quanto spende e non possiamo tamponare l’emorragia di moneta attraverso la sovranità monetaria anch’essa ceduta. So che non si è abituati a certi concetti e dunque è utile un esempio.

Avete mai fatto il “ballo della sedia”? Ricordate? Parlo di quel gioco dove i bimbi sono seduti e quando parte la musica devono alzarsi e camminare intorno alle sedie. Un arbitro rimuove una delle sedie stesse e quando si spegne la musica i bimbi devono correre a sedersi. Mancando una sedia un bimbo non troverà posto e sarà eliminato. Il 3% agisce esattamente così solo che al posto delle sedie c’è la moneta ed al posto dei bambini ci sono gli imprenditori, ci siamo tutti noi.

Obiezione tipica a tale ragionamento spesso è quella di affermare che tutto è giustificato dal fine di evitare un’eccessiva inflazione. Si può facilmente confutare quasta affermazione rammentando che l’Europa è in deflazione e dunque è assolutamente certo che manca moneta.

In realtà le ragioni di tutto questo sono state esposte, in tempi non sospetti, da Mario Monti il quale ha dichiarato che la crisi e specialmente una grave crisi è lo strumento necessario a costringerci a cedere la sovranità nazionale. Testualmente: “Io ho una distorsione che riguarda l’Europa ed è una distorsione positiva, anche l’Europa, non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi e di GRAVI crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario . E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini, ad una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico di non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile conclamata. Certamente occorrono delle autorità di enforcement (n.d.s. costrizione traducendo in Italiano) rispettate che si facciano rispettare che siano indipendenti e che abbiano risorse e mezzi adeguati oggi abbiamo in Europa troppi Governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata la capacità di azione le risorse l’indipendenza delle autorità che si sposano necessariamente al mercato in un’economia anche solo liberale”.

Ecco il movente di queste politiche palesemente criminali. Criminali in quanto volte a smantellare quel bene giuridico, tutelato dagli art. 241 e ss. c.p. che è la personalità giuridica dello Stato, ovvero il potere sovrano di imperio di una nazione sul suo territorio.

Ma ovviamente l’incompatibilità tra Costituzione e Trattati entra quindi dritta nel merito dei valori fondanti la nostra Repubblica incidendo sul nostro stesso modello economico che è stato stravolto. La competitività e la forte competitività che invocano i Trattati sono il contrario della solidarietà politica economica e sociale fondante il nostro ordinamento, la competitività più in generale è il contrario di una pacifica convivenza, della pace stessa in quanto comporta la lotta tra nazioni e tra persone (un Trattato di libero scambio non ha la pace come fine ultimo).

Ma quali sono in definitiva i principi della nostra Costituzione in materia economica? Vediamone un breve riassunto.

Si ricomincia dall’art. 1 Cost., ovvero dal principio che il lavoro non è semplicemente un diritto come ribadito dal successivo art. 4, ma che la Repubblica addirittura vi si fonda.

Tale fondamento della Repubblica comporta anche l’obbligo per la stessa di rimuovere gli ostacoli che impediscano l’effettivo diritto di tutti i lavoratori di partecipare alla vita economica e sociale del paese. La Repubblica poi riconosce all’art. 2 Cost., assieme ai diritti inviolabili dell’uomo, gli inderogabili doveri di solidarietà economica e sociale. Tali enunciazioni non sono meri e vuoti principi di facciata ma naturalmente si riflettono nella parte economica della Carta che detta il modello che necessariamente lo Stato deve seguire.

Il modello è quello di un libero mercato, dove tuttavia l’interesse pubblico deve sempre prevalere, proprio come naturale esplicazione dei diritti fondamentali enunciati, sul profitto privato (art. 41 Cost.). Dunque il modello Costituzionale è quello di un libero mercato dove lo Stato può (e deve) sempre intervenire laddove diritti di rango Costituzionale superiori siano minacciati. Per fare ciò si è addirittura previsto ex art. 43 Cost. che: “Ai fini dell’utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori (omissis…) che si riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse nazionale”. Ciò con buona pace di chi vuole privatizzare, peraltro contro l’esito di un referendum, addirittura l’acqua. 

Dunque lo Stato deve intervenire quando l’iniziativa privata mina i diritti inviolabili gerarchicamente sovraordinati al libero mercato tra cui il lavoro stesso ed ovviamente la vita.

L’art. 47 Cost. impone poi l’obbligo di attuare politiche di deficit per la creazione di un risparmio necessariamente diffuso.

Ovviamente solo se lo Stato lascia nelle tasche dei cittadini più moneta di quanta ne preleva con le tasse sarà possibile l’accantonamento di risparmio. I padri costituenti hanno legato ovviamente l’obbligo giuridico del deficit alla piena sovranità monetaria codificata, oltre che nell’art. 1 Cost., proprio nell’art. 47 Cost. laddove è imposto l’obbligo in capo alla Repubblica di “disciplinare, coordinare e controllare il credito”.

Ovviamente, come già detto, senza sovranità la Repubblica non può coordinare, disciplinare o controllare alcunché.

L’attuale situazione, in cui il mercato si trova al centro del disegno europeo, determina direttamente la graduale disattivazione delle garanzie democratiche. I Trattati, nel nome del profitto, stanno cancellando le garanzie di libertà conquistate con il sangue versato nei secoli, smantellando i diritti fondamentali. La stabilità dei prezzi, come da mandato di BCE codificato nei Trattati, arriva prima della tutela dell’economia reale. La moneta prima di tutto. La moneta prima della vita.

Questa Europa è semplicemente un dittatura finanziaria che giorno dopo giorno si sviluppa e si rafforza con grande rapidità e che a breve spazzerà via ogni apparenza di quella che una volta era la democrazia. Ci troveremo presto in catene senza aver neppure capito come sia accaduto.