Gen 08

Aumentare la spesa pubblica è la sola ricetta per uscire dalla crisi.

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- di Alessio Farinella e Marco Mori –

Sentite sempre dire che è fondamentale alzare il PIL, far ripartire l’Italia. Il PIL misura il valore economico di tutte le attività produttive dei residenti di un Paese; si può dire che rappresenta il “reddito del Paese”.

Il Prodotto Interno Lordo, però, non dice nulla di come il reddito sia distribuito, pertanto un PIL concentrato in poche fasce della popolazione non è certamente auspicabile e necessiterebbe di adeguate misure per la ridistribuzione del reddito.

Dunque la crescita del PIL può anche non rispecchiare la salute dell’economia e l’attuazione di un’uguaglianza sostanziale tra la popolazione, come prevede l’art. 3 Cost. Tantomeno può rispecchiare la salute di uno società nel suo complesso e la qualità della vita, ma questo è un ragionamento che esula dall’argomento che qui tratteremo.

Ma vediamo da cosa è determinato il PIL. Prendiamo la formula unanimemente accettata.



Y=C+G+I+(X-M)



Dove Y indica il PIL, C i consumi finali, G la spesa dello Stato, I gli investimenti privati, X le esportazioni ed M le importazioni.



La spesa dello Stato, questo lo si evince anche dalla formula, è chiaramente una componente positiva del PIL. Anzi come spiegheremo nel proseguo è la sua componente più importante, poiché influenza tutte le altre in maniera decisiva.



È scientificamente provato quindi che un taglio della spesa ha sempre un effetto recessivo, ogni taglio lo ha; se si comprende ciò si capisce che, anche il peggiore degli sprechi (ammesso che in macroeconomia la parola spreco abbia senso ad essere usata), se eliminato, incide comunque negativamente sul PIL.



In sostanza quando vi dicono che lo Stato ha risparmiato sulla Spesa Pubblica è sempre una bruttissima notizia per il PIL e soprattutto per le nostre tasche! Non dovreste esultare.

Il mantra mainstream è però sempre uno: se tagliamo la spesa è possibile abbassare le tasse (della stessa quantità del taglio) in modo da stimolare consumi ed investimenti.

Basta poco a capire che tale disamina non torna, è sbagliata logicamente e matematicamente; non è possibile che ciò avvenga.



La spesa pubblica è l’unica variabile in grado di far crescere il PIL, sia nel lungo periodo che nell’immediato, facendo appunto direttamente crescere anche tutte le sue altre componenti, che non sono autonome ed indipendenti dalla spesa.



Le disamine dei soloni mainstream infatti dimenticano (volontariamente) il problema del risparmio, che ovviamente incide negativamente sui consumi e di conseguenza sul PIL.

I soldi che la gente accantona anziché spendere, diminuiscono i consumi, e siccome la spesa degli uni diventa il reddito di altri, semplificando, causeranno una diminuzione di reddito nell’economia – ad un calo dei consumi inoltre segue spesso un calo degli investimenti anche se i tassi di interesse fossero bassi perché gli imprenditori hanno meno fiducia nella possibilità di rientrare del capitale utilizzato.



La propensione al risparmio non impedisce però che il PIL possa crescere; di fatti lo Stato, tenendo conto della propensione media al risparmio, può (deve) modulare la spesa pubblica per sostenere il livello del PIL desiderato. Ciò a maggior ragione in una Repubblica come la nostra dove il risparmio è costituzionalmente tutelato in tutte le sue forme (art. 47).


Cosa significa? Significa che il ragionamento più gettonato nei media è una grande sciocchezza. Qual è? Che si possano tagliare le tasse per far ripartire i consumi e gli investimenti, finanziando l’operazione riducendo la spesa pubblica.

Quello che accade è in realtà il contrario e lo abbiamo toccato con mano specialmente in Italia in questi anni di austerità imposta dai vincoli europei. Dunque la nostra non è fantasia ma una semplice evidenza empirica tratta dalla realtà.

Ma cos’è accaduto in sostanza nei paesi che hanno tagliato la spesa? Facendo delle ultra semplificazioni, è successo che questa politica ha comportato tagli dei posti di lavoro che dipendevano dalla stessa (direttamente o indirettamente) e di conseguenza meno redditi disponibili da destinare ai consumi; diminuendo i consumi si è verificato un ulteriore aumento di disoccupazione e così avanti in circolo vizioso.

Quindi meno spesa pubblica meno redditi, meno redditi meno consumi, meno consumi, meno investimenti e più disoccupati… ed il risultato è che il PIL è diminuisce.

In Italia, dove lo stock dei risparmi privati era molto alto grazie alla spesa pubblica del passato (citando Keynes quando non eravamo obnubilati o imbecilli che pensavano di vivere sopra le proprie possibilità), i consumi di questi ultimi 25 anni sono stati in parte sostenuti proprio erodendo i risparmi; senza questi, gli effetti di questo circolo vizioso si sarebbero fatti sentire molto prima. L’Italia ha retto al crimine dell’austerità meglio, ad esempio, della Grecia perché eravamo più ricchi.

Ma anche nell’ipotesi di diminuire la spesa per tagliare le tasse, ipotesi che spesso tanti ignoranti (o servi del regime) mettono sul tavolo, che tipo di effetti potremmo avere?

Teoricamente nessuno, facciamo ancora ricorso ad un esempio ultra semplificato per meglio spiegarci.

Facciamo in particolare un esempio numerico. Spesa 1000 e Tasse 500, con una diminuzione di 100 di entrambe avremmo Spesa 900 e Tasse 400; il risultato è che il reddito disponibile per la collettività è sempre 500.

Naturalmente le cose nella realtà non vanno così, ma molto peggio.
Questo perché ad esempio gli effetti dei tagli della spesa non hanno effetti uniformi, ma pesano diversamente sulle varie fasce della popolazione, causando la perdita del lavoro per alcuni, la diminuzione del welfare  – per tutti –  maggiori spese a carico della cittadinanza che impattano di più sulle fasce di reddito più basse ed infine si rende necessaria una maggiore spesa per ammortizzatori sociali come i sussidi di disoccupazione che devono poi essere finanziati con un aumento della spesa, oppure lasciando, come tragicamente avviene oggi, morire la gente.

Insomma la spesa è il reddito indiretto e differito di tutti noi. Inoltre i più attenti al tema avranno notato che l’esempio che abbiamo utilizzato non è reale anche perché purtroppo noi oggi abbiamo il pareggio in bilancio, ergo lo Stato tassa addirittura più di quanto spende, con buona pace delle nostre tasche, costrette a svuotarsi sempre di più. Chi vede i propri risparmi erodersi non spende neppure se ancora astrattamente potrebbe, è ovvio.

Come viene finanziato in generale l’aumento della spesa necessaria a far ripartire anche il settore privato? O in deficit, che nei paesi che hanno sovranità monetaria non è un problema, ma in eurozona ciò è invece vietato dai folli trattati sottoscritti, o con aumenti delle tasse.

Per questo motivo non abbiamo mai visto diminuire la spesa pubblica per poi tagliare le tasse; di fatto abbiamo avuto da un lato i tagli alla spesa e dall’altro gli aumenti delle tasse conseguenti alla recessione causata dai tagli alla spesa stessa.

Ok, allora la soluzione è tagliare le tasse lasciando inalterata la spesa? Noi con i vincoli europei non possiamo farlo, ma sarebbe davvero la soluzione? No!

Beh, nello stato comatoso della nostra attuale economia sarebbe già un passo avanti, ma non è certo che si avrebbero effetti così virtuosi dal lato dei consumi, degli investimenti, e quindi su occupazione e quel PIL tanto caro agli analisti.

Questo è dovuto al clima depresso della nostra economia, alla sfiducia; accadrebbe che l’aumento del reddito disponibile che i cittadini si verrebbero a trovare in tasca per effetto della riduzione fiscale, finirebbe per essere tutto o quasi risparmiato per far fronte a ipotetiche necessità future, senza sortire alcun effetto apprezzabile sulla domanda aggregata e quindi su consumi, investimenti e su PIL.

Alla fine della favola si capisce bene che l’unico modo per immettere carburante sicuro nell’economia e rispondere ad una crisi è la spesa pubblica.

Nell’esatto momento in cui lo Stato spende, quella spesa diventa reddito per qualcuno e quel reddito si dividerà tra consumi e risparmi; non solo.

L’aumento di spesa pubblica protratto nel tempo in una economia depressa con alti tassi di disoccupazione, ne causerà la diminuzione con effetto naturalmente positivo sulla propensione media al consumo – perché se l’incertezza diminuisce, la gente può fare a meno di detenere troppa moneta e spende più volentieri. E, semplificando, questo fa crescere il PIL.

Avverrebbe così anche un’altra cosa che i soloni non vi dicono. In forza della crescita del PIL, dovuto all’aumento della spesa pubblica, il rapporto debito PIL scenderebbe!



Per questo in economia, prima dell’avvento delle sole odierne, si affermava senza tema di smentita, che addirittura un taglio della spesa pubblica è più recessivo di un aumento del prelievo fiscale e ciò anche con formule matematiche, che trovate ancora oggi in qualsiasi manuale.

 Questo proprio perché la spesa dello Stato è subito Pil, ma più che altro redditi, appunto indiretti e differiti, per le persone. Se un imprenditore privato vi paga lo stipendio è perché prima c’è stata la spesa pubblica che ha immesso la giusta moneta nel sistema. Mettetevelo in testa.

Quindi ferma la necessità attuale di fare spesa in deficit per tornare a crescere, e dunque che lo Stato deve tassare meno di quanto spende, oggi per uscire dalla crisi possiamo attuare solo un taglio fiscale senza intervenire sulla spesa pubblica? Come abbiamo già visto la risposta è assolutamente no.



Per la ripresa non abbiamo tempo, deve iniziare prima di subito. Solo la spesa pubblica ha un immediato effetto su Pil perché aumenta istantaneamente i consumi, specialmente se accompagnata con politiche redistributive a favore dei redditi più bassi e delle pensioni che, anche a causa dell’eliminazione della scala mobile, sono rimaste ferme per anni.

Per favore non veniteci a dire che la scala mobile provocava inflazione, casomai proteggeva dalla stessa, fu la crisi petrolifera dovuta alle guerre in medio oriente a causare l’inflazione degli anni 70.



Ecco perché dalla crisi si esce con una riduzione fiscale abbondante, stimabile, per iniziare con un filo di prudenza in misura non inferiore ai 15 punti percentuali complessivi, ma anche un massiccio piano di assunzioni pubbliche per almeno 800 mila unità (sanità, giustizia, sicurezza) ed un contestuale aumento delle pensioni per le fasce medio-basse.

Si può e si deve poi anche spendere, molto e bene, per la messa in sicurezza progressiva del territorio nazionale dai rischi sismici ed idrogeologici, ma è una spesa che da meno garanzie immediate per la ripresa dei consumi e i disoccupati non possono aspettare!



Una simile spinta rilancerà immediatamente il settore privato, cosa che non potrebbe mai avvenire con analoga rapidità ed efficacia con il procedimento inverso, ovvero abbassando solamente le tasse. L’Italia così uscirebbe finalmente dalla crisi.



Non è pensabile quindi rilanciare investimenti e consumi partendo dall’ipotesi che la gente, con più fiducia di pagare meno tasse e più fiducia nella congiuntura economica, dia fondo ai propri risparmi. Questo fenomeno è marginale e soprattutto non può durare a lungo. Queste sono le balle di economisti in malafede, gli economisti che servono l’alta finanza internazionale.



Le persone spendono, risparmiano ed investono secondo i loro gusti, cultura e fiducia nel futuro; in Italia la propensione media al risparmio è sempre stata molto alta e questo necessita a parità di altri fattori di una maggiore spesa da parte dello Stato per non rallentare l’economia.

Quella moneta che non verrà spesa perché accantonata come risparmio potrà essere sempre compensata con una maggiore spesa dello Stato.

E da dove prendiamo i soldi per fare questo? Lo abbiamo già detto, ma ribadiamolo in conclusione.

Stiamo parlando di spingere la spesa pubblica per rilanciare l’economia. Ebbene uno Stato, se è tale, ha la propria moneta che crea letteralmente dal nulla. Se non lo fa più, semplicemente significa che lo Stato ha abdicato al suo ruolo di diritto pubblico, significa che lo Stato non esiste più.

 Ecco perché dalla crisi si esce solo con la sovranità monetaria, averla ceduta fu ed è ancora oggi un atto criminale senza precedenti.

La moneta di questi tempi è più che mai una questione di sicurezza nazionale per l’Italia.

Alessio Farinella responsabile economico di Riscossa Italia – Avv. Marco Mori, Riscossa Italia, autore de “Il tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea” disponibile on line su ibs.